26 febbraio 2011

Cambio a Cuba: fantasie e realtà di una "ribellione" virtuale

Un paio di settimane fa dopo il successo della rivolta in Tunisia ed Egitto, si è scatenato su Facebook e Twitter un richiamo epr un sollevamento popolare a Cuba.
Il richiamo alla rivolta sull'isola, pormosso da dissidenti residenti in Europa, incitava ad una scesa massiva per le strade cubane per spingere il popolo ad abbattere il regime.

Ho già avuto modo di scrivere sul tema, esprimendo quanto sia facile per chi risiede comodamente in una paese che li rende privilegiati incitare ad una rivolta che sarebbe necessariamente violenta, quanto sia facile scrivere in rete frasi di ribellioni e incitamenti ad un sollevamento che a Cuba non solo non è sentito, ma che non porterebbe a nulla se non ad una reazione del Governo ferma e, chissà, ad una nuova onda di repressione, proprio ora che si stanno aprendo nuove prospettive da parte del Governo mirate ad una revisione sulle politiche economiche e sociali, che 50 anni erano in stallo a Cuba.

Inoltre ho ampiamente descritto le differenze sociali, culturali e storiche che rendono i paesi arabi e Cuba sostanzialmente differenti, rendendo utopica una rivolta popolare contro il Governo sull'isola simile a quelle del Magreb.

Infine vorrei sottolineare come dopo un iniziale entusiasmo globale, oggi in Egitto il potere è gestito dai militari, il Governo è composto per la maggior parte dagli stessi personaggi che formavano il parlamento di Mubarak, che persitono in carcere centinaia di prigionieri politici, che i leader pacifici della rivolta non vengono più idolatrati dalle masse, al contrario si sta affacciando sul panorama regiziano la pericolosa presenza degli oltranzisti islamici, visti come una possibile alternativa.

Tornando agli europei e americani che incitano alla rivolta cubana, pubblico di seguito un eccellente post di Miriam Celaya, bloggera havanera, che esprime con chiarezza i suoi dubbi sull'eventuale possibilità di un sollevamento popolare a Cuba.

Rob Ferranti

Fantasie e realtà di una "ribellione" virtuale

A volte costa molto calcolare fino a dove i media possono realizzare aspettative immaginarie. Il processo di sollevamento popolare avvenuto in alcuni paesi del nord Africa contro i loro governi dittatoriali, come la lunga protesta egiziana, ha portato inevitabilmente alla comparazione con Cuba, che ha il triste record di possedere la più lunga dittatura nell'emisfero occidentale.
Così si è diffusa la speranza di un numero indeterminato di cubani emigrati all'estero che credono sia arrivato il momento ("adesso o mai più") di convocare un sollevamento popolare pacifico all'interno dell'isola.

La proposta più forte sembra arrivare da due cubani che risiedono in Europa e che hanno lanciato una convocazione per una rivolta, con una data di inizio dal 19 al 26 Febbraio, (la data è passata e nulla è successo a Cuba, anche all'estero la partecipazione degli "esiliati" è stata miseramente scarsa n.d.e.) divulgata da loro stessi tramite le reti sopciali di Facebook e Twitter.
La turbolenza che ha suscitato questa proposta nei media interessati nella situazione cubana, principalmente in Florida, ma anche in alcuni paesi europei, obbliga a riflettere sul tema.
E' il momento opportuno per stabilire certe considerazioni che senza dubbio i più appassionati "pro-rivolta" non condivideranno.

Passiamo discretamente sul fatto questionabile che risulta convocare manifestazioni di civili a Cuba dall'estero, tenendo conto che gli autori intellettuali (o "cyber-messia come richiede l'era informatica) non hanno confermato un loro sbarco sull'isola per porsi alla guida dell'immaginaria rivolta; ergo che la carrozzaria per il massacro la mettiamo noi da quì.
Mi perdonino i lettori che hanno messo la loro fede in questo nuovo "adesso si!" che ci arriva da lontano, però se il tema non fosse così serio, risulterebbe risibile. Guardiamo solo qualche piccolo dettaglio, come il fatto che a Cuba praticamente non c'è accesso a internet e nemmeno sono numerosi i cubani con accesso alle reti sociali. Questo rende quasi impossibile che un processo democratico inizi per via virtuale, che sia dai computer o forse semplicemente dai cellulari dei nostri agguerriti cyber-leaders del momento.

Ovviamo a questa mera circostanza, mi riferisco alla nostra carenza informatica, supponendo che la chiamata alla rivolta arrivi nascosta nell'involucro di un sigaro e analizziamo il suo impatto e speranze della realtà cubana.
E' ovvio che a Cuba esistono le condizioni affinchè si produca un focolaio sociale: la persistenza di una dittatura da più di 50 anni, una crisi economica permanente come risultato dell'insuccesso del sistema, una popolazione che sopravvive in un equilibrio precario tra povertà e miseria, la perdita di fede nel Governo, l'incertezza verso un futuro potenzialmente devastante, etc.... Paradossalmente, nella nostra isola l'assenza di una portesta generalizzata non è dovuta alle condizioni che esistono, ma a quelle che NON ESISTONO e che risultano determinanti:

- Non contiamo su organizzazioni della società civile indipendenti capaci di coordinare da Cuba un sollevamento naturale.
- Il popolo cubano, ignorante anche dei suoi più squallidi diritti e generalmente apatico, è indifeso contro la macchina repressiva e molto ben organizzata di un regime allenato a resistere per mantenere il potere, possessore di un sistema di diffusione madiatica e della capacità di tergiversare sui fatti. Non esiste inoltre un veicolo per tessere una rete cittadina capace di paralizzare il paese e costringere il Governo ad una negoziazione per la ricerca di un compromesso. E' anche certo che restano in carce una decina di prigionieri politici che, in virtù di una compromesso con il Governo, dovrebbero essere liberati presto.
- Al contrario di quello successo in Egitto, a Cuba non si conosce un programma di opposizione capace di rappresentare una resistenza effettiva al Governo, traducendo questa resistenza in azioni positive. I partiti d'opposizione del nostro paese, in caso di rivolta, non possono offrire al popolo la minima garanzia di un ordine sociale nè la proposta sociale di patti che contemplino gli interessi generali per stimolare una cambio verso la democrazia.
- Il popolo cubano, in maggioranza, non conosce i partiti di opposizione, i suoi membri nè le sue piattaforme (nel caso in cui le abbiano), come non conoscono nemmeno il lavoro dei giornalisti indipendenti e dei bloggers che hanno cercato di diffondersi sull'isola per poter influire sulle masse. Non per niente il Governo mantiene un ferreo monopolio dell'informazione.
-Non esiste minimamente un insieme di reclami popolari, che possa riunire una ampia massa di settori sociali differenti disposti ad affrontare le conseguenze di una ribellione, che si suppone pacifica.

Analizzando altre considerazini, la cosa più probabile è che le fila dei "rivoltosi" si nutrano da una parte degli oppositori e dei dissidenti in generale, che rappresentano un limitato settore determinato ad affrontarte le autorità, che darebbe al Governo una opportunità dorata per rinchiuderli, con l'accusa di "sovversione all'ordine" o altre accuse simili debilitando in questo modo una resistenza interna al paese.
Sarebbe un colpo demolitore per la società civile indipendente in un momento nel quale crescono i settori inconformi della popolazione, comincia a formarsi un consenso popolare spontaneo sulla necessità di cambiamenti per orientare quei sentimenti di frustrazione e insoddisfazione a favore di conquiste democratiche per i cubani.

Potremmo citare altre circostanze che ostacolano il successo di questo controverso sollevamento "pacifico", come il rancore accumulato nella società, frutto delle differenze politiche, vigilanza reciproca, delazione e sfiducia tra i cubani. Una rivolta popolare a Cuba, senza forze civiche riconosciute o media che controllano chiamando all'ordine con sicurezza, sfocerebbe in atti di violenza, regolamento di conti, saccheggi e distruzioni simili a quelle che hanno caratterizzato la rivoluzione di Haiti da 200 anni, con la conseguente distruzione e se possibile fine della nazione. Perchè terminerebbe in questo: una ribellione di "schiavi" fuggiaschi, ciechi e disordinati, la condizione che a ridotto la dittatura in virtù della proverbiale indifferenza dei cubani. Non esiste alcuna ragione per sentirci superiori agli haitiani.

Tutto questo non vuole dire che non sia possibile un focolaio sociale. Purtroppo la realtà indica che il paese si incammina verso un pericoloso punto di scontro.
Nonostante tutto sono tra quelle persone che cercano una soluzione pacifica e negoziabile al conflitto. Credo che bisogni continuare con la pressione verso quei settori più favorevoli ad un cambiamento organizzato, prendere vantaggio dalle disabilità del sistema e produrre un ampliamento dei possibili spazi civici, perchè senza i cittadini nessun cambiamento democratico a Cuba sarà possibile nè permanente. In questo processo giocano un ruolo importante i cubani che vivono all'estero così come quei cubani che hanno trovato la libertà interiore a loro stessi. Qualcuno una volta disse, magistralmente, che nelle guerre ci sono solo perdenti. Io aggiungerei che nel dialogo e la negoziazione ci sono solo vincitori.

di Miriam Caleya da Sin EVAasion

25 febbraio 2011

Riflessioni di Rob: l'illusione della democrazia

Mi convinco sempre più che il problema di Cuba oggi non è Fidel nè tantomeno il partito unico. Mi rendo conto che questa affermazione susciterà rabbia e indignazione in quelle persone che dentro e fuori l'isola chiedono a gran voce democrazia, pluralità, elezioni libere.
In quei paesi dove la democrazia è da decenni una realtà sociale, spesso non si nota la differenza con altri paesi dove invece un partito unico è al potere.

Mi spiego meglio, voglio paragonare il mio paese, nel senso che quì sono nato, l'Italia e Cuba sotto vari aspetti: la democrazia, la contrapposizione tra Governo e opposizione, la libertà, la corruzione, la repressione, il panorama sociale, la sanità e le scuole.

1. La democrazia in Italia è puramente illusoria. Sin dal dopo guerra la Democrazia Cristiana, contrapposta al Partito Comunista e al Movimento Sociale, ha governato per vari decenni, quasi sempre con alleanze politiche di altri partiti, ma sempre di centro. Le opposizioni, con il PCI e l'MSI, facevano la loro parte, aspettando e sperando di arrivare un giorno alle poltrone di potere, ma neanche troppo in fin dei conti.

Sin da allora il popolo, a parte mettere una firma su una scheda, non ha mai avuto il controllo nè delle persone elette a rappresentarli nelle camere, nè del potere di sciogliere direttamente un governo se non gli andava bene. Queste prerogative sono sempre state dei partiti stessi, con meccaniche e strategie segrete e sconosciute al popolo.

Tutto questo in un crescendo di spartizioni tra i partiti stessi, di governo e opposizione, di poteri esecutivi, gestione economica, favoritismi e giochi politici, nei quali le esigenze dei cittadini quasi mai, per essere magnanime, erano presenti.
Per 50 anni circa questa prassi nella gestione del potere si è ingigantita ed è infine esplosa come una pustola puzzolente sino alla famosa "tangentopoli", cioè la "scoperta" che il potere politico era marcio e corrotto in ogni suo aspetto. Craxi, socialista, presidente del consiglio all'epoca fuggì all'estero, dove morì in esilio, fece da caprio espiatorio per un sistema che ha continuato a prosperare sino ad oggi.
Si parlò di una pulizia totale del sisteme politico, della fine della "prima repubblica".

Iniziò così la "seconda repubblica", si affacciò sul panorama italiano Berlusconi, con la falsa promessa di portare un'aria nuova nei palazzi di potere, ma con la vera intenzione di gestire il paese come le sue aziende, a base dello stesso sistema, rimodernato nei modi, che pretendeva cambiare: il clientelismo, la corruzione, l'acquisto dei consensi politici per gestire il potere a suo unico interesse economico.
Da allora è quasi sempre rimasto al potere, a eccezione di un paio di governi di centro sinistra ancora più patetici, se possibile, dello stesso Berlusconi.

Ora, tornando alla pluralità politica, alle libere elezioni, il connubio tra mafia e politica dal dopo guerra ad oggi si è consolidato sempre più. Oggi i rappresentanti dei cittadini sono eletti con una legge elettorale scandalosa, supportata dall'acquisto dei voti per soldi o favori. Nelle province del Sud si può comprare un voto con meno di 50€, ma anche al Nord, magari ad un prezzo più alto, i voti in cambio di favoritismi sono alla base dell'elezione di questo o quel sindaco o assessore.

Questo per continuare a foraggiare le mafie che sono oggi il vero motore economico italiano. Se la mafia fosse realmente sconfitta e scomparisse all'improvviso, l'Italia subirebbe un crollo economico senza precedenti. Tutte le attività economiche sono subdolamente e più o meno segretamente gestite dalle mafie bianche. Cioè da grandi società che operano legalmente nei mercati con i soldi delle attività mafiose stesse.

In questo senso Democrazia è una parola vuota di significato. Le elezioni sono pura illusione. La pluralità non ha senso. La realtà è che il, o i, partiti al governo agiscono e decidono in modo del tutto autonomo, senza che il popolo possa influenzare minimamente le loro decisioni.

E' per questo che non vedo una reale differenza con Cuba, con il Governo di un partito unico. Anzi, trovo molto più coerenti le decisioni prese da un Governo che in modo unilaterale leggifera e gestisce il potere socio-economico del paese che guida.

2. Visto la falsità della democrazia, va da sè che non esiste una contrapposizione tra governo e opposizioni. Esistono interessi politici ed economici differenti, ma con lo stesso obiettivo, mantenere il potere per scopi e interessi personali autogestiti, nell'indifferenza verso le esigenze concrete dei cittadini e del paese che governano.

Anche quì è più coerente un partito unico, che almeno non pretende giustificare falsamente le proprie decisioni.

3. La libertà intesa come possibilità di entrare e uscire dal paese, potersi esprimere liberamente, avere un'attività propria, è forse la sola differenza reale con Cuba, ma anche quì è più un diversivo, un cioccolatino concesso al popolo. Non influisce minimamente nella gestione del Governo e delle sue leggi.

4. Si urla tanto della diffusa corruzione nelle file del potere cubano. E in Italia? la corruzione non è solo diffusa, ma è ormai un modalità operativa dei politici che la fanno sembrare un modo "para-legale" per continuare nella gestione dei propri interessi.
La scandalosa realtà odierna in Italia della compra-vendita dei parlamentari, che Berlusconi applica senza il minimo pudore, dimostra come sia una normalità. Il potere economico individuale di un imprenditore come Berlusconi compra i consensi politici, creando un governo che ha così i numeri per continuare a leggiferare a suo unico vantaggio.

A Cuba perlomeno, nonostante la corruzione sia presente in modo diffuso, non viene accettata come normalità, come prassi politica, come modo di gestione economica e sociale del paese. Anzi viene condannata e punita in modo severo.

5. La repressione in Italia non è molto differente da quella cubana. E' sì più velata, ma è forse anche più violenta. In carcere quì si muore molto più che a Cuba, e nell'indifferenza generale. Anche per chi ha commesso reati futili la sopravvivenza in prigione è una lotta quotidiana. Le carceri sono fatiscenti, la violenza della polizia all'interno dei penitenziari è terribile, ma soprattutto è nascosta, non viene quasi mai denunciata.
La repressione verso i "dissidenti" che manifestano per strada è sempre più violenta.
Un esempio per tutti, durante il G8 di Genova del Luglio 2001, le violenze della polizia verso gli studenti che contestavano i grandi del pianeta sono diventate di dominio pubblico a livello internazionale. Oggi nessuno dei responsabili di quegli atti è stato punito.
A Cuba non so se si raggiungono questi livelli di repressione criminale...

6. Il panorama sociale, inteso come benessere economico, è ormai triste e illusorio. In Italia sono sempre più le persone che sopravvivono con salari miserabili, ai limiti della sopravvivenza. Mentre i circoli di potere arricchiscono in modo smisurato, creando un divario sociale sempre più marcato tra classe media, che si avvicina sempre più alla povertà, e classe alta con un potere mafioso che è ormai a capo di ogni attività economica "legale" e che quindi condiziona i vertici del potere e la "democrazia" stessa.

Cuba sta cercando di sviluppare un'aconomia interna che, almeno teoricamente, non si prefigge di liberalizzare in modo selvaggio le attività private, evitando così di creare quelle differenze sociali che fanno arrichire sempre chi i soldi li ha già, relegando così a comparse falsamente libere il resto dei cittadini-imprenditori.

7. Sanità e scuole. La prima in Italia è teoricamente estesa ad ogni cittadino, non si muore come negli USA di stupide malattie se non si ha il denaro per farsi curare. Ma è anche vero che oggi la mala sanità, la cattiva preparazione di molti medici, i finanziamenti nella sanità pubblica sempre più scarsi stanno mettendo a rischio anche questa garanzia sociale.
Senza parlare delle scuole, sempre con la scusa della crisi, i finanziamenti per le scuole pubbliche stanno quasi scomparendo. Le università hanno costi proibitivi per molti cittadini. Le scuole dell'obbligo sono invece di una desolazione imbarazzante. L'ignoranza degli studenti è sempre più estesa e la preparazione dei docenti è largamente insufficente. Anche quì l'istruzione diventa sempre più un privilego per quei benestanti che possono pagarsi una scuola privata e che possono continuare così a creare generazioni di giovani a loro immagine e somiglianza.

A Cuba sanità ed educazione scolastica sono, nonostante le difficoltà economiche che devono sopportare, realtà innegabili a disposizione di tutti i cittadini.

In conclusione tutta questa differenza tra un paese "libero e democratico" come l'Italia e uno "totalitario" come Cuba non esiste. Esistono problemi differenti, ma che si stanno avvicinando sempre più.
Una vera innegabile differenza esiste. L'Italia, come la maggioranza dei paesi occidentali, vive un declino socio-economico sempre più grave. Il modello democratico-liberista ha fallito. I debiti nazionali stanno soffocando la popolazione, il futuro può solo peggiorare. In tre parole "è finita un'epoca". L'edonismo, la superficialità hanno finito la loro storia, indietro non si torna, la crisi non rientrarà mai!

A Cuba, al contrario, esistono le basi sociali per creare una vera alternativa a quel modello fallimentare che dagli USA all'Europa, stà affossando le economie di tutti quei paesi che devono subire il controllo "democratico " delle banche e delle lobby internazionali.

24 febbraio 2011

Riflessioni su Cuba: senza rivolte, il cambio può venire anche dal Governo

Da alcuni mesi ho iniziato a rivedere alcune mie posizioni in merito a Cuba, al Governo cubano, alla dissidenza dentro, ma soprattutto fuori dall'isola.
Devo premettere che la rivoluzione cubana è stata negli anni della mia giovinezza un punto di riferimento fermo e una guida costante nelle mie convinzioni anti-americane e anti-capitaliste, che hanno reso il mondo intero schiavo di un modello che i vari governi americani (o per meglio dire, le dinastie anglosassoni che di generazione in generazione decidono e pianificano come e dove i capitali devono essere trovati, o rubati) continuano a voler esportare in modo irrazionale in ogni paese al mondo, con l'unico scopo di rendere omogenee e soggette al loro "modello democratico" le culture e le tradizioni in ogni angolo del mondo.

Le banche, le multinazionali e le lobby delle armi, del petrolio, dell'industria farmaceutica, etc. hanno il solo obiettivo di accumulare potere economico per trasformarlo in egemonia politica e culturale ovunque sul globo, senza alcun rispetto per le differenze sociali e le tradizioni delle popolazioni della terra.
L'obiettivo è quello di cancellare le differenze culturali e storiche di qualunque paese al mondo, per sottometterlo all'unica legge che conoscono: il debito economico con le banche.
Il Fondo Monetario Internazionale è una vera e propria associazione a delinquere, che con la scusa di voler incrementare lo sviluppo dei paesi poveri, rende in realtà schiavi delle banche i cittadini di ogni parte del globo.
Non per niente la "globalizzazione" è diventato un dogma che non ammette repliche o critiche, chi tenta di opinare sulla sua legalità viene tacciato di "terrorista".

Coerentemente con questa mia visione geo-politica sono molto più critico verso chi incondizionatamente si schiera contro il Governo cubano, a prescindere da ogni cosa.
Credo che i problemi che esistono a Cuba siano reali e tangibili: i salari insufficienti, la dualità monetaria, l'impossibilità di spostarsi liberamente, le infrastruttre fatiscenti, il controllo ossessivo delle opposizioni.
Credo altresì che questi stessi problemi devono trovare una soluzione all'interno della sovranità di Cuba, che il Governo debba, e sta dimostrando di volerlo fare, risolvere questi problemi che stanno mettendo in crisi non solo la sopravvivenza della popolazione, ma quelle stesse conquiste sociali che la rivoluzione ha portato e difeso negli anni.

In quest'ottica voglio avere fiducia nella possibilità che con un graduale cambio nella politica economica e sociale del Governo, Cuba possa in futuro essere l'esempio di un "nuovo modello" da poter abbracciare per contrastare lo squallido panorama che i governi occidentali continuano ad ostentare con superbia e arroganza.
Invece di arringare il popolo cubano ad una rivolta popolare, voglio credere che i passi verso un cambiamento che il Governo sta intraprendendo siano il segno della volontà di correggere quegli errori che oggi rendono Cuba schiava di una crisi economica e sociale che potrebbe farla franare in un baratro senza ritorno.

Di seguito pubblico un'estratto dal documento "linee guida della politica economica e sociale" del VI° congresso del PCC che si terrà il prossimo Aprile.

Rob ferranti

[...]

In primo luogo c’è il problema alimentare, che lo stesso Raul ha definito una questione di sicurezza nazionale. Basti pensare che l’80% degli alimenti consumati in Cuba vengono importati, mentre il 50% delle terre coltivabili sono oziose. Per questo motivo si vuole adottare un nuovo modello di politica agroindustriale, incentivando la creazione di forme produttive non statali come le cooperative, continuando nel percorso già intrapreso da alcuni anni di cessione in usufrutto dei terreni oziosi di proprietà dello stato, con l’obiettivo di aumentare la produzione di alimenti e di ridurre contemporaneamente le importazioni.

Per quanto riguarda invece il problema della scarsa ed inefficiente produttività, si cercherà di incrementarla innanzitutto attraverso incentivazioni di tipo salariali. Verranno incrementati i salari, ma soprattutto verrà rafforzato il ruolo del lavoro nella società, come mezzo fondamentale per contribuire allo sviluppo della società ed alla soddisfazione delle necessità personali e familiari.

[...]

Il sistema di pianificazione socialista continuerà ad essere il mezzo principale per la direzione economica nazionale, consapevoli che solo il socialismo è capace di dare una risposta agli attuali problemi e di preservare le conquiste della rivoluzione. Allo stesso tempo però, con l’obiettivo di rispondere alla priorità di sviluppo economico del paese, sarà necessario riconoscere e stimolare, in aggiunta all’impresa statale socialista che permane la forma principale di gestione economica nazionale, altre forme quali le imprese a capitale misto, le cooperative ed i lavoratori in proprio. In particolare, nel settore dei servizi, per molte attività fino ad ora di competenza esclusivamente statale, verranno rilasciate nuove licenze a lavoratori in proprio, in modo da creare un nuovo settore di lavoro privato che potrà riassorbire i lavoratori in esubero dai rami più improduttivi dell’economia nazionale. Si pensa in questo modo di alleggerire le spese dello Stato e di migliorare contemporaneamente i servizi. A queste nuove forme di lavoro in proprio verrà inoltre applicato un regime tributario che avrà l’effetto di trasformare tali servizi da una voce di spesa ad una fonte di guadagno per lo Stato che potrà poi reinvestire tali introiti nella difesa delle conquiste sociali più importanti quali educazione e salute pubblica.

[...]

L’obiettivo finale dichiarato è l’abolizione della doppia moneta, ma si tratta di un obiettivo a lungo termine raggiungibile solo mediante lo sviluppo economico del paese. Per ottenere tale sviluppo verranno favoriti gli investimenti nei settori industriali di carattere strategico per l’economia nazionale. Sarà necessario però trovare fonti di finanziamento alternative a quelle statali che fino ad ora non sono state in grado di arrestare il processo di de capitalizzazione dell’industria e di deterioramento dell’infrastruttura produttiva del paese. Pertanto si continuerà a favorire la partecipazione di capitale straniero come complemento agli investimenti nazionali, cercando di garantire nei settori strategici dell’economia nazionale, l’accesso a tecnologie avanzate, la diversificazione e l’ampliamento dei mercati per le esportazioni, la progressiva sostituzione delle importazioni. Ma non si tratta di un semplice sviluppo quantitativo delle forze produttive del paese, contemporaneamente infatti si continuerà a favorirne lo sviluppo qualitativo, destinando ancora gran parte delle risorse alla ricerca scientifica e tecnologica che ha fatto di Cuba un paese all’avanguardia in molti campi come la biotecnologia, la bioinformatica e la nanotecnologia, ma anche continuando a sostenere gli studi sull’ambiente e sull’uso razionale delle risorse naturali.

fonte Granma

Dissidenti a Cuba: un anno fà moriva Orlando Zapata Tamayo, ricordiamolo con rispetto

Un anno fà, il 23 Febbraio 2010, moriva nel carcere di Kilo 7 nella provincia di Camaguey Orlando Zapata Tamayo, dopo uno sciopero della fame durato 83 giorni. Orlando era in carcere dalla "primavera nera" del 2003, quando un'ondata repressiva del regime portò all'arresto di molti dissidenti politici e di coscienza.

I dissidenti politici oggi ancora in carcere sono circa un centinaio. Bisogna dire però che molti di questi sono accusati di reati comuni, come lo spionaggio, non di coscienza.
Del gruppo dei 75 (del 2003) ne restano in carcere meno di una decina. Recentemente molti sono stati liberati, alcuni mandati in esilio in Spagna, altri continuano a risiedere sull'isola, come Guillermo Farinas ad esempio, che seppur controllato molto rigidamente si è riufiutato di abbandonare Cuba, a Farinas insignito del premio Sacharov lo scorso 15 Dicembre, non è stato permesso andare a ritirare il premio.

Come lui altri dissidenti hanno scelto di continuare la lotta, verso un cambio ai vertici del Governo, la liberazione di tutti i dissidenti politici, il totale rispetto dei Diritti Umani, rimanendo sull'isola e affrontando le minacce che vengono non solo dalla Sicurezza di Stato ma anche da cittadini comuni contrari alle richieste dei dissidenti, che vengono considerati da molti mercenari al soldo degli USA.

Nonostante la Sicurezza di Stato continui a fermare periodicamente i dissidenti liberi, bisogna ammettere che la situazione è più tollerata che negli anni passati.
Ieri si è svolta una manifestazione a Cuba in ricordo della morte di Orlando Zapata, anche se alcuni attivisti della dissidenza sono stati fermati e altri obbligati a non lasciare la propria abitazione, un gruppo nutrito di persone si è riunito per commemorare la morte di Orlando Zapata.

Il Governo deve continuare ad allentare la morsa verso la dissidenza interna, che deve essere libera di dimostrare e rappresentare una visione differente da quella del regime, la pluralità è una necessità non solo per chi la pretende, ma anche per chi governa, per potersi mettere in discussione, senza un contraddittorio politico i governi sono destinati al fallimento presto o tardi che sia.

Le riforme che Raul sembra aver avviato da qualche mese, devono essere mirate ad una apertura non solo economica, ma anche politica verso quelle voci dissidenti che chiedono la soluzione ai problemi che continuano a persistere sull'isola e che se non vengono risolti portano al baratro sociale ed economico dellla maggiore delle Antille.

22 febbraio 2011

Musica cubana: la polizia interviene durante una visita dei Los Aldeanos al carcere di Holguin

Il più famoso gruppo hip hop cubano Los Aldeanos, Aldo Rodriguez Baquero e Brian Rodriguez Gala, che con i loro testi criticano le disfunzioni e i problemi che quotidianamente si vivono sull'isola, venerdì scorso si sono recati a Holguin con l'intenzione di visitare in carcere Marcos e Antonio Lima Cruz, due giovani arrestati il 25 Dicembre scorso con l'accusa ufficiale di disordine pubblico, cioè di aver suonato la musica del gruppo ad alto volume.

Al loro arrivo a Holguin gli è stato impedito di visitare i giovani in prigione, a quel punto si sono recati a casa del padre dei due ragazzi incarcerati, il dissidente Marco Antonio Lima Dalmau, sul posto dopo poco tempo sono arrivati molti giovani chiedendo loro di improvvisare qualcosa per la strada.

Anche la polizia si è recata sul luogo ed è iniziato così uno scontro con i giovani che hanno iniziato a lanciare pietre alla polizia. La polizia ha disperso e fermato molti dei presenti, dei quali non si conosce ancora la destinazione nè se sono ancora in stato di fermo.

Los Aldeanos al momento non hanno voluto rilasciare alcuna dichiarazione pubblica.

fonte El Nuevo Herald

21 febbraio 2011

Riflessioni su Cuba: il valore più grande è stimolare un cambio dall'isola e non abbattere il regime per strada

E' dal 1° Maggio 2008 che La Isla Grande ha preso vita. L'impulso che mi ha spinto ad aprire questo blog fù un'intervista a Yoani Sanchez che vidi su Italia1 nel programma " le iene".
Io Cuba la frequentavo già dal 1998, conoscevo bene la vita reale dell'isola, ma quell'intervista mi ha subito stimolato nel voler creare un ponte virtuale con Cuba per descrivere la realtà dell'isola con uno sguardo disincantato, vero, con quei problemi e contraddizioni che, ancora oggi, fanno di Cuba un paese dove vivere normalmente "non è facile", dove le più semplici e basilari necessità sono un "obiettivo" per le quale ogni giorno si deve lottare.

A volte non è solo il denaro rendere possibile poter comprare cose per noi banali: olio, patate, latte, burro, prodotti per l'igiene personale, indumenti intimi, etc. spesso questi beni sono difficili da trovare.
Senza considerare che i salari sono ridicoli, la dualità monetaria rende impossibile poter accedere per il cubano comune a molti di questi beni di prima necessità.
Inoltre l'impossibilità di spostarsi dentro e fuori l'isola, il controllo ferreo su ogni forma di di libera espressione, la difficoltà di connettersi a internet, tutto questo rende Cuba una patria che oltre alle spiagge, il rum, i sigari e l'allegria dei cubani, rende sopravvivere una conquista quotidiana.

Da allora il blog e il mio pensiero, il mio modo di scrivere, sono evoluti. I problemi che mi hanno spinto a voler divulgare in Italia qella realtà sono più o meno gli stessi, ma l'esperienza mi ha fatto riflettere più a fondo soprattutto su quello che vogliono i cubani dentro e quelli fuori dall'isola.
Un gruppo numeroso, per la maggior parte dagli Stati Uniti, sono dichiaratamente anti-castristi, a prescindere da ogni cosa. Vogliono la caduta del regime auspicandosi una futura influenza americana nella gestione del paese.
Altri, molti in Europa, vogliono sì un cambiamento ai vertici del regime, ma desiderando un futuro alternativo ad una eventuale "invasione" americana.
Altri ancora, tra i quali mi identifico io, non credono che la soluzione dei problemi sia necessariamente la caduta del regime comunista, anzi.

Credo che la rivoluzione del '59 continui ad avere un suo valore politico e sociale. A Cuba non esiste l'analfabetismo, l'assistenza sanitaria e la preparazione dei medici sono tra le migliori del mondo, l'educazione scolastica gratutita è un esempio per il globo intero, nonostante le difficoltà economiche che rendono difficile mantenere all'avanguardia queste conquiste sociali.

Credo fortemente in una società "socialista", anti-capitalista, dove i servizi principali di uno Stato debbano essere egualitari per chiunque, indipendentemente dalla classe economica e sociale. Credo altresì che un'economia privata sia indispensabile per poter sviluppare una competitività interna e portare così ad uno sviluppo socio-economico, credo che la meritocrazia sia d'obbligo per stimolare le persone ad agire con entusiasmo nelle proprie attività professionali.

Inoltre negli ultimi anni il modello occidentale-capitalista ha dimostrato il suo fallimento globale. Le banche e le multinazionali gestite dalle stesse pochissime dinastie da decenni sono le uniche che comandano e decidono la vita e la morte delle economie e dei popoli in tutti i pesei del blocco occidentale.
La miseria, la povertà, le assurdità di questo modello sono oggi più che mai evidenti nei moti rivoluzionari che in medioriente stanno abbattendo quei regimi dove il modello capitalista è stato esportato negli anni.

Detto questo mi sorprende che nei cubani all'estero il sollevamento popolare in Egitto, Tunisia, Libia e altri paesi dell'erea nord africana, vengano presi come esempio per incitare ad un simile moto popolare a Cuba.
I cubani sull'isola, ma anche molti di quelli residenti all'estero, infatti non sono minimamente interessati ad una rivolta contro il regime. E non credo che questo sia dovuto ad una paura genetica della popolazione, all'ignoranza o apatia del popolo cubano.

Nonostante i problemi che ho descritto, resta viva la speranza e la volontà di cambiare e risolvere i problemi che ho descritto, senza cancellare però quelle conquiste e, pechè no, quell'ideologia che ha mantenuto in vita Cuba per più di cinquant'anni.

Ho avuto modo di verificare personalmente il disinteresse della maggioranza dei cubani in un qualche tipo di sommossa.
Ad esempio il 5 Dicembre 2009 partecipai ad una manifestazione organizzata a Roma a favore dei diritti umani a Cuba. Erano presenti 7 persone, in quell'occasione mi domandai se voler protestare in quel modo non era più un esercizio intelletuale di pochi "privilegiati" che vivono all'estero, piuttosto che la rappresentanza di una volontà popolare di chi ancora vive sull'isola. Negli anni successivi ve ne sono state altre, sempre con un'affluenza a dir poco ridicola.

In questi giorni sono state organizzate in varie città del mondo manifestazioni in commemorazione della morte di Orlando Zapata, dissidente morto in carcere un anno fà, che è senza dubbio una macchia infame per il regime, così come lo è mantere alcuni dissidenti politici ancora in carcere.
Quello che però non condivido è prendere questo tragico esempio per incitare ad una rivolta popolare sullo stile di quelle mediorientali.
Infatti anche l'affluenza a questa ricorrenza è, comunque la si voglia guardare, a dir poco imbarazzante: ecco quanti erano presenti a Berlino oggi, e quanti a New York, sono curioso di vedere l'affluenza nelle altre città nei prossimi giorni.

In conclusione sembra che il desiderio di rivoltare il regime sia soprattutto la volontà di un'elite di "esiliati" con una forte presenza in rete, ma con uno scarsissimo appoggio reale sia sull'isola che all'estero.
Credo che sia molto più valoroso continuare a spingere per un cambio di Cuba da Cuba. Hanno molto più valore quelle persone che nonostante i mille problemi quotidiani continuano a cercare le soluzioni vivendo sull'isola e cercando in modo pratico di superare quegli ostacoli, piuttosto che abbattere un regime inprovvisamente, che porterebbe solo ad un declino terribile e ad un drammatico futuro, sia economico che sociale, la popolazione cubana prima di tutto.

18 febbraio 2011

Riflessioni su Cuba: la degradazione fisica e morale di Carlos Otero

Carlos Otero è stato un grande presentatore della televisione cubana, che scelse di emigrare a Miami come esiliato.
Lì ha continuato la sua carriera in una tv conducendo un programma che per alcuni anni ottenne un discreto successo.

Dopo alcune edizioni l'audience scese drasticamente e il suo programma fù cancellato. A causa dell'improvviso insuccesso è caduto in una profonda depressione che lo ha portato a rivedere la sua posizione, anche politica, rispetto a Cuba. Si lamenta oggi della sua caduta a causa di una "libertà d'espressione troppo forte", di essersi dimenticato della sua famiglia.

Durante una recente intervista ha affermato:
"E' circa un mese che non esco dalla mia camera [...] mi gettai così a fondo nel mio lavoro, che era totalmente opposto a quello che per 30 anni avevo fatto a Cuba, e mi sono dimenticato di molte cose delle quali non ho avuto tempo di valorizzare e processare [...] sono venuto in questo paese per dare un futuro migliore ai miei figli, a cercare libertà e nuove aspirazioni nella mia vita [...] mi sono concentrato così tanto in questo processo da considerarmi un esiliato e lasciare un figlio dietro di me [...] devi (quì) lottare contro molte cose [...] venivo da una tv molto tranquilla e quì mi sono scontrato con una libertà d'espressione molto forte [...] sono caduto in depressione [...] mi sono sentito molto, molto solo [...] sono rimasto a letto per tre giorni senza mangiare, piangendo [...] questo è quello che è successo a moltissime persone [...] non voglio dire che ho pensato al suicidio, perchè sono molto codardo per prendere questa decisione".

fonte Kaos en la Red

Vivere a Cuba: per la strada no!

"La politica è il commercio dei morti", dice una madre cubana in Las Iniciales de la Tierra, opera capolavoro di Jesus Diaz che a suo tempo aspirava ad essere il romanzo della rivoluzione.

Sembra una frase saggia. Politica interna di chi ha visto tutto questo da casa sua durante l'incontenibile carnevale di cadaveri che i nostri poeti patetici hanno chiamato Repubblica.
La scena del romanzo scende in una notte durante i primi anni '60. Con la rivoluzione non dovrebbe essere differente. La violenza è l'unica vox-populi verosimile tra vicini. Il vivo vive dello stupido. Il cimitero come fonte di diritto secolare. La madre cubana come belva che difende la sua prole dal'lentusiasmo della massa cieca. Chi saprebbe leggere così oggi!

Uno scenario nazionale svuotato di spontaneità diventa ipso-facto di un pupazzo di fuori porta. Tutte le istituzioni sono illusorie. Devi diffidare degli altri proprio per essere un burattino. Il segreto come misura di tutte le cose. Il più basso atto pubblico di volontà compromette niente di meno che la stessa sicurezza di Stato e merita la massima pena, alla cima degli orrori con una parvenza di legalità. In queste condizioni la strada è per la plebe.
Sembrerebbero morofologicamente, però sarebbe immorale chiedere delle pere ad un avocado, come se si arringa cinicamente fuori dalla nostra piccola fattoria post-siboney.

Le consequenze di una pace postuma così prolungata sono sicuramente nefaste per la nostra nozione di società civile, però forse ci sono alcuni vantaggi collaterali. Noi cubani ci rifiutiamo di ammazzarci come carogne davanti alle telecamere e microfoni di chi si annoia sull'isola con i suoi alti euro-salari.
I cubani hanno perso l'ingenuità di chiocciare credibili slogan (la polifonia sta vincendo il coro da sotto la manica). I cubani hanno perso la loro politicità e, nella lotta vitale quotidiana, non ci manca per niente.

Già nella fase terminale di un lungo e tortuoso totalitarismo di Stato, non abbiamo nessuna fretta di pagare il prezzo del talco con un cambiamento di rotta cupo, sangue-rivoluzionario. C'è una sfiducia costituzionale in qualunque cambiamento senza controllo. Non è paura, è memoria. E per questo deleghiamo la disgrazia nei guru lordi del nostro governo. Che si macinino loro lassù con le loro mille mutazioni ministeriali. Che sbaglino e rettifichino e consumino nella loro demagogia trionfalista.
Che si credino Cristi materialisti dalla tribuna delle loro biologie ottagenarie. In definitiva, il tempo del nostro romanzo privato è eterno (chi aspetta tanto, aspetta poco). In ogni caso noi cubani siamo oggi come quella madre cubana che nessuno leggerà di nuovo in una piccola scena di
Las Iniciales de la Tierra.

Commercio. Morte. Dal nostro infantilismo storico siamo maturati come popolo dopo tutto. La resistenza a Cuba oggi passa nell'aggrapparsi con fede futile alla vita. Rinasce questa malattia effimera chiamata speranza. La migliore insubordinazione sarà quindi sopravvivere in pieno al Consiglio di Stato. Senza la necessità di uscire per la strada, senza chiamate più o meno carismatiche o criminali, la Rivoluzione ha perso questo plebiscito del futuro all'unanimità.

di Orlando Luis Pardo Lazo (foto dell'autore)

17 febbraio 2011

Vivere a Cuba: a proposito di proteste e illusioni

Gli eventi egiziani hanno risvegliato sorprendenti aspettative tra alcuni esiliati. Da Facebook si convocano i cubani ad alzarsi e gli si segnala addirittura la data esatta nella quale deve iniziare la protesta.

Per me è difficile stabilire una relazione tra le piramidi e il malecon. Il fatto è che parliamo di nazioni con differenti abitudini, tradizioni e sistemi economici, con attori politici totalmente differenti e governi ideologicamente opposti.

Però alla fine si tratta di una pellicola già vista più di una volta da quando arrivai sull'isola.
La prima volta fù negli anni '90, quando si assicurava che con la dissoluzione dell'URSS sarebbe scomparsa automaticamente la rivoluzione cubana.

Si è ripetuta con la visita di Giovanni Paolo II nel 1998. Colleghi arrivati per coprire l'evento sostenevano che sarebbe successo come in Polonia. Il fatto che la maggioranza dei cubani non è di religione cattolica a loro sembrava un dettaglio senza importanza.

Nel 2006 con la malattia di Fidel, si scatenò un'altra volta la furia del "questo è finito". Invece, il passaggio del potere si realizzò con calma e il paese continuò a funzionare, direi che in alcuni aspetti, meglio di prima.

Oggi, come se avessero scoperto all'Havana la presenza di una marea di moschee dei "fratelli musulmani", il direttore dell'intelligence USA, James Clapper, pronostica un'onda di proteste come quelle che hanno abbattuto il loro alleato del Cairo.

Però le sue profezie non corrispondono con le analisi dei diplomatici USA. Nei loro "files segreti" riconoscono che Cuba è molto ben preparata per resistere alla crisi, più di quanto lo fosse nel '90, quando l'URSS scomparve.

Forse Clapper pensa che le rivolte popolari si producono in luoghi sbagliati e sta cercando di indirizzare le cose mediante la "co-creazione", tecnica con la quale si desidera materializzare i nostri desideri utilizzando solo il potere della mente.

Il problema è che questo porta a confondere a molti e nel passare dei giorni appaiono articoli nei periodici USA, che cercano di spiegare perchè non si realizza il così detto sollevamento a Cuba, giustificando la "immobilità dell'opposizione".

Alcuni incolpano la repressione, altri credono che i cubani soffrino di paura genetica, e i più autocritici cercano tra i propri errori. Un giornalista di Miami, nella sua pagina di Facebook, azzarda che l'esilio è parte del problema.

"Ha fatto molto danno quel messaggio che si trasmetteva per radio con il quale si assicurava che quelli che rientravano a Cuba avrebbero reclamato le loro proprietà", diceva questo collega cercando di spiegare perchè non ci sono "azioni massive di protesta" sull'isola.

Però non credo nemmeno che gli esiliati cubani, come quelli di ogni altro paese, hanno più colpa che non quella di esistere, come dire, quella di essersi convertiti in esiliati, allontanandosi dalla realtà che pretendono cambiare e perdendo così l'influenza nella trasformazione.

L'avversario politico che abbandona il "campo di battaglia" difficilmente potrà recuperare lo spazio perso. Un vecchio detto militare recita "al nemico che fugge gli si ponga un ponte d'argento".

Aspetterò la data indicata da Facebook, ma dubito che i cubani seguano le istruzioni di sollevamento che gli vengono inviate dall'estero. Come quasi sempre le agende e gli interessi delle due comunità sono molto diverse.

Qualche giorno fà ho conversato con alcuni amici sul possibile sollevamento. Abbiamo abbandonato il tema quando abbiamo verificato che nessuno di noi conosceva un cubano disposto a lanciarsi per la strada a protestare.

Invece, tutti conosciamo molte persone impegnate nell'avventura di iniziare la propria attività privata, caffetterie, allevatori di maiali, trasporti, ristoranti, studi di fotografia, parrucchieri, etc.

Hanno bisogno del denaro visto che ora posso accedere agli hotel, avere cellulari e costruirsi una casa e soprattutto perchè presto potranno comprarsi un'automobile.

L'oppositore Hector Maseda, recentemente scarcerato, crede che bisognerà aspettare alcuni anni per le proteste di massa, "fino a quando falliranno le riforme, perchè adesso i cubani seguono i canti della sirena del negozio privato".

Forse molte attività falliranno o i benefici saranno pochi, ma i nuovi imprenditori che conosco sono convinti che il piccolo banco dove vendono pizze un giorno si convertirà in un grande ristorante.

Il fatto è che, oltre alla reale efficacia che possono avere, i cambiamenti economici stanno iniziando a risvegliare i sentimenti della gente, repressi da decenni di "realismo socialista", rinascono i sogni e l'entusiasmo delle persone.

di Fernando Ravsberg da BBC Mundo

16 febbraio 2011

La politica di Cuba: è possibile una rivoluzione stile egiziano a Cuba?

Immaginate la Piazza della Rivoluzione piena di giovani infuriati che lanciano pietre contro Il Ministero dell'Interno e altri che alzano cartelli pretendendo l'uscita dei Castro dal potere.
Muraglie umane impediscono il passaggio ai carrarmati mentre i militari guardano dai balconi con le braccia incrociate perchè i loro comandanti non hanno dato l'ordine di attaccare la massa.

Sarà possibile a Cuba un tale scenario?
E' la domanda che molti esiliati e cubani si stanno ponendo da quando la rivoluzione egiziana ha avuto successo.

Come capita sempre le risposte sono sia razionali che emotive e coincidono in una unica incertezza: con il popolo non si sa mai.

La situazione egiziana non è comparabile con quella cubana, sia culturalmente che socialmente, anche se si possono trovare dettagli comuni, non si possono trasportare i fattori che determinano una rivoluzione di un paese in un'altro.
Tra l'altro questo è dimostrato sin da quando Che Guevara cercò di esportare la rivoluzione cubana prima nel Congo e poi in Bolivia.

C'è anche da osservare che i tempi in un futuro prossimo saranno duri sull'isola, mezzo milione di impiegati statali per la strada, aumento dei prezzi e scarsità alimentari, potrebbero fare da conbustibile per una rivolta popolare.

Al momento sull'isola nonostante Facebook e Twitter siano permessi, le connessioni a internet sono poche e costose, inoltre nella stessa città le comunicazioni da un quartiere all'altro sono rare. E' altrettanto vero però che nel 1984 durante la rivolta conosciuta come "el maleconazo" non esisteva internet nè reti sociali, ma la partecipazione popolare si trasmise ugualmente.

Cuba ha una sua dinamica propria, come lo ha dimostrato dopo il crollo del blocco sovietico, che scoraggia un sollevamento popolare.

Di sicuro il Governo oggi non teme questa possibilità, come dimostra la copertura mediatica che viene data alla rivoluzione egiziana, sottolineando come il regime di Mubarak era al servizio dell'imperialismo americano. La vittoria del popolo egiziano è paragonabile più alla vittoria della rivoluzione contro Batista, che non all'attuale situazione politica dell'isola.

Inoltre il Governo sta attuando delle misure sia economiche, con l'apertura a piccole e medie attività commerciali e professionali, che sociali, con l'imminente scarcerazione degli ultimi prigionieri politici ancora detenuti, mirando così ad una nuova prospettiva di cambio concreto per la popolazione cubana.

fonte Libertad Sindical

Giustifica

La politica di Cuba: Fidel incontra intellettuali cubani e stranieri alla Fiera del libro

Fidel Castro nella sua ultima, rarissima, apparizione pubblica martedì scorso alla Fiera del libro dell'Havana, ha incontrato un gruppo di intellettuali cubani e stranieri, esponendo la sua visione sulla necessità di "salvare" la specie umana e di giocare un ruolo attivo di fronte ai problemi che la minacciano, come l'eventualità di una guerra nucleare e la crisi alimentare a causa del cambio climatico globale.

Durante l'incontro ha affrontato i recenti avvenimenti in Egitto, definendo Mubarak come un "grande stratega" nel nascondere denaro mentre l'80% della popolazione muore di fame.

In generale ha sottilineato la necessità di salvare il genere umano, minacciato "dalla colossale energia che gli scienziati sono stati capaci di porre in mano all'uomo" con la relativa capacità autodistruttiva che hanno dimostrato.

Ha inoltre affermato: "Se riusciamo a comprendere il rischio che stiamo vivendo in questo momento, la risposta non può aspettare, a volte dovremmo persuadere le creature più autosufficienti e incapaci che siano mai esistite: noi, i politici", senza nascondere così una inaspettata autocritica.

"Non si tratta di salvare l'umanità in termini di secoli o millenni: bisogna salvare l'umanità adesso" ha aggiunto.

fonte Diario de Cuba

15 febbraio 2011

La politica di Cuba: Fidel appoggia il popolo egiziano

Il comandante Fidel Castro, pone la sua visione personale in merito agli eventi appena accaduti in Egitto. Lunedì scorso sulle "riflessioni" del quotidiano El Granma, afferma che la rivolta ha spodestato un prezioso alleato degli Stati Uniti. Nella sua colonna sembra alludere sottilmente anche al Governo cubano oggi presieduto dal fratello Raul, quando si riferisce all'aumento dei prezzi e alla corruzione, entrambe piaghe diffuse a Cuba.

La parte centrale della riflessione l'ha dedicata all'accordo di pace del 1978 di Camp David tra Egitto e Israele, la sesta potenza nucleare del pianeta, sottolineando come, con l'obiettivo di creare una barriera all'espansionismo degli oltranzisti islamici, Mubarak sia stato foraggiato da miliardi di dollari che non sono mai stati impiegati per uno sviluppo economico e sociale del paese, al contrario alimentavano un regime corrotto che si è arricchito sulle spalle del popolo che ha sofferto così una povertà sempre più estesa.

"Sarebbe un errore immaginare che il movimento popolare rivoluzionario in Egitto obbedisce teoricamente ad una reazione contro le violazioni ai loro diritti più elementari. I popoli non sfidano la morte protestando con energia per questioni semplicementi formali, lo fanno quando i loro diritti legali e materiali sono sacrificati senza pietà alle esigenze insaziabili dei politici corrotti e dei circoli nazionali e internazionali che saccheggiano il paese. Come si può conciliare l'aumento incredibile del prezzi degli alimenti con i miliardi di dollari che si attribuiscono a Mubarak?" ha scritto Fidel.

Alcuni di questi argomenti, come l'aumento degli alimenti e la diffusa corruzione, potrebbero essere intepretati come una velata accusa al governo di Raul.
Alcuni alimenti infatti, come zucchero e riso, sono venduti oggi ad un prezzo notevolmente superiore rispetto alla "libreta", per poter rifornire quelle piccole imprese come ad esempio le panetterie private.

fonte El Nuevo Herald

Vivere a Cuba: turisti preoccupati per eventuali proteste popolari

I recenti appelli per una mobilitazione popolare per le strade dell'Havana promossa da vari gruppi di dissidenti, soprattutto all'estero, preoccupano alcuni turisti che avevano programmato una vacanza sull'isola per la prossima settimana.

In concomitanza con una eventuale protesta per la settimana dal 21 al 26 Febbario, almeno un hotel della capitale ha lamentato diverse telefonate da turisti, per la maggior parte dal Canada e da Miami, per chiedere informazioni su eventuali rischi e in alcuni casi per disdire prenotazioni già effettuate.

Credo che che la preoccupazione di questi turisti siano esagerate, anche se la partecipazione agli appelli, soprattutto divulgati da Facebook, a detta degli organizzatori è da tenere in seria considerazione.

Da parte mia ho già espresso i miei dubbi, anzi la mia contrarietà ad una manifestazione di questo tipo, promossa cavalcando i recenti moti mediorientali.
Cuba non ha la stessa situazione economica e sociale che quei paesi del Magreb sopportano da anni, sopratutto la popolazione dell'isola non ha le stesse caratteristiche, nè culturali nè ideologiche.
Forse sarà possibile una mobilitazione popolare, ma sicuramente in forma minore rispetto a quello che gli organizzatori si aspettano.

Inoltre ritengo davvero inopportuno una protesta in questo momento, quando il Governo sta cercando di attuare nuove misure per cambiare la situazione economica sull'isola: la prossima liberazione degli ultimi 9 prigionieri politici detenuti, le recenti privatizzazioni di 178 attività commerciali e professionali e la nuova fibra ottica che collega Cuba al Venezuela e che permetterà una connessione a banda larga, sarà anche estesa a privati cittadini e alle nuove imprese private.

Rispondere con una manifestazione che potrebbe assumere aspetti violenti, non aiuterà certo quel processo che da molti anni ci si auspica a Cuba, anzi potrebbe irrigidire la posizione del Governo e rendere più difficli queste nuove aperture mirate ad una normalizzazione economica e sociale sull'isola.

14 febbraio 2011

Cambio a Cuba: è arrivata a Cuba la fibra ottica dal Venezuela, moltiplica per 3000 la velocità di connessione a internet

Il 2 Febbario il cavo a fibra ottica sottomarino teso tra Venezuela e Cuba ha raggiunto una spiaggia orientale dell'isola, nella provincia di Santiago de Cuba, sarà in funzione entro Luglio di quest'anno e permetterà una connessione internet che moltiplica per 3000 la velocità di trasmissione dati.

Inizialmente sarà utilizzato per le istituzioni governative, le scuole e per aumentare gli internet point sull'isola, ma in un secondo momento il suo utilizzo sarà esteso, anche se controllato, alle abitazioni private e a quelle piccole imprese cha da Ottobre del 2010 possono operare privatamente in diversi settori commerciali e professionali.

Il vice ministro di informatica e comunicazione ha spiegato che non esistono ostacoli politici per allargare l'utilizzo della rete alla popolazione, il Governo ha la volontà di continuare il processo di sviluppo economico nel paese, in linea con le recenti privatizzazioni di 178 attività produttive. Il Governo sta studiando una legge per regolamentare in maniera ordinata l'utilizzo della rete ai privati cittadini.

Oggi la conessione internet avviene con un satellite e ha una velocità molto bassa, che rende il suo utilizzo molto costoso. Inoltre è ancora proibito potersi connettere dalla propria abitazione, ma solo utilizzando gli internet point o le postazioni negli hotel per turisti.

Risulta così sempre più concreta un'apertura del Governo verso nuove misure tese ad aprire moderatamente il paese ad un cambio economico e sociale che fa ben sperare in un futuro che possa davvero portare Cuba verso un cambio positivo per uno sviluppo concreto ed una normalizzaione della vita sull'isola.

12 febbraio 2011

Cambio a Cuba: Mubarak come Batista, l'Egitto non è Cuba

In questi ultimi giorni la rivolta egiziana che ha portato alle dimissioni di Mubarak ha infiammato molto gli animi dei dissidenti cubani dentro e fuori l'isola. Alcuni gruppi su facebook e blog dell'isola e da fuori incitano ad una protesta popolare, a scendere in piazza, a replicare la protesta egiziana sull'isola.

Credo che questa eccitazione sia fuori luogo per vari motivi che cercherò di chiarire.
Innanzitutto Mubarak e il suo regime non ha molto in comune con quello cubano nè con Fidel. Anzi ha molte più cose in comune con il vecchio regime di Batista.
L'egitto è sempre stato abbondantemente finanziato e supportato sia dagli USA che dalla UE, per il suo appoggio a Israele e per un baluardo occidentale contro possibili egemonie islamiche.

Questo ha portato negli anni ad una drammatica realtà economica e sociale, dove i poveri senza alcun tipo di sussistenza morivano di fame, mentre il Governo creava una elitè di potere che sguazzava nel lusso più spudorato, sempre coccolato dalle potenze occidentali.

In questo panorama si è sviluppata una crescente intolleranza popolare, che se prima era limitata alle frange più povere del paese, negli ultimi anni ha intaccato anche quella media borghesia che non riesce più a sostenere un livello di vita dignitoso.

Esattamente lo stesso panorama cubano degli anni della dittatura di Batista antecedente la rivoluzione castrista.
E' quindi azzardato comparare le due realtà, ma non solo. A Cuba la maggioranza della popolazione seppur critica verso una vita difficile che ha molti aspetti insostenibli: salari insufficienti, proibizioni nella libertà d'espressione, controllo totale sulla popolazione, problemi d'acqua e elettricità, Diritti Umani carenti, etc. sostiene un'ideologia socialista che ha ancora aspetti positivi come la sanità, la scuola e una garanzia anche se minima nell'approvvigionamento di cibo e casa per tutti. Inoltre le recenti privatizazioni di alcune attività commerciali mostrano un piccolo passo verso un cambio che deve necessariamente avvenire gradualmente, per evitare il ripetersi di quello già accaduto nell'ex URSS.

Inoltre la cosa per me più evidente e importante è che l'alternativa occidentale ha fallito totalmente nel suo modello sociale ed economico. Le luci sfavillanti che vogliono vendere, l'illusione di una vita migliore, la falsa "libertà" che propagandano è risultata essere una mera chimera, vera solo per chi se la può permettere, mentre la maggioranza della popolazione negli Stati Uniti come in Europa vive un'esistenza triste fatta di false relazioni sociali e vere privazioni basilari, quì si muore di fame nella miseria, a Cuba no.

Pubblico di seguito uno stralcio della vita dei cubani a Miami, tratto da " le Monde Diplomatique", che illustra come il sogno americano è tuttaltro che quel paradiso tanto desiderato da molti cubani e sempre più in mano alla destra più oltranzista, dove i ricchi e mafiosi vengono finanziati dal Governo USA per abbattere il Governo a Cuba e poter così conquistare nuove terre vergini dove esportare McDonald e Coca Cola, da invadere con le lobby e le multinazionali ed espandere quel falso modello edonista capace solo di esportare odio e guerre come hanno fatto e continuano a fare in ogni parte del mondo che toccano.

Rob Ferranti

"Miami è stufa dell'estrema destra cubana"

«Qui è come a Cuba, ma con in più il cibo!». Il sole è tramontato su Miami e sembra di stare all'Avana: siamo in febbraio e ci sono ancora più di venti gradi. Da una piazza all'altra, in mezzo ai grattacieli, svettano le palme, in lontananza spicca la grande M di un McDonald's.
Con gli occhi il cubano mostra le vetrine piene di elettrodomestici, di mobili, di vestiti, di televisori all'ultima moda, e si lancia in una stima (piuttosto sommaria): «C'è di che rifornire l'intera popolazione di Cuba per un secolo».
I negozi abbassano le saracinesche e nei piccoli fast food latinos si sentono le ultime note di salsa. Donwntown Miami - il centro della città, peraltro tutto spostato a est - si svuota dei suoi uomini d'affari, delle sue segretarie, dei suoi impiegati. Con il lasciapassare ancora al collo, quasi tutti parlano in spagnolo. Qualche eccentrico si esprime in inglese. Ma tutti si affrettano: ben presto la Wall Street dell'America latina si trasformerà in un lugubre deserto di cemento e acciaio.
La metropolitana all'aperto si dirige verso lontane periferie. Un convoglio ogni venti minuti (quando va bene). Gli autobus si lanciano in interminabili maratone. Miami è fatta per chi può permettersi una macchina, non per i poveri. In questi autobus ci si conosce.
Un cubano saluta una cubana. Non parlano di politica né di Fidel Castro.«Come va?» «Sono stanca di andare sempre di corsa». La donna abbozza un sorriso stanco.
L'autobus non va verso Miami Beach, con le sue palme, l'oceano brillante e i suoi alberghi art déco, ma al quartiere popolare di Hialeah.
In realtà anche Miami Beach - questa Mecca dell'edonismo - ha i suoi cubani, ricchi ovviamente. E l'esercito di cameriere, di donne delle pulizie e di inservienti. Tutte queste ragazze di seconda generazione, che, perfettamente bilingue, attirano i turisti davanti ai ristoranti di Ocean Drive. «Hey, this is the place! This is the good place! Holá, amigos, como están? Tenemos de todo». Ma questo autobus non va né a Miami Beach né a Little Havana.
Little Havana. Un mito. Un mito alimentato da frotte di giornalisti frettolosi. È vero, per molto tempo Little Havana, a ridosso di Downtown, è stata il «feudo» cubano di Miami. Una roccaforte popolata da sostenitori di Batista: grandi proprietari, liberi professionisti, dirigenti, commercianti, ma anche trafficanti di ogni risma fuggiti dalla rivoluzione. [...]

Del loro splendore passato rimangono i vecchi anticastristi che giocano a domino nel Maximo Gómez Park e il ristorante Versailles, quartier generale dell'estrema destra in esilio. È da queste parti che in occasione di ogni evento importante il clima diventa effervescente: in occasione dell'implosione dell'Unione sovietica, «tra poco, molto poco, cadrà anche Fidel»; con la crisi dei balseros, «con la prossima spallata, il sistema crollerà»; quando le truppe americane hanno preso Baghdad, «oggi l'Iraq, domani Cuba!»; quando il «líder máximo» si è ammalato, «questa è una grande occasione per tutti gli uomini e donne di coraggio che vogliono che Cuba prenda un'altra strada». È qui perciò che si precipitano le telecamere per riprendere i membri della «comunità», anche se di solito sono solo alcune migliaia di persone a manifestare su 650 mila cubani.
In ogni modo bisogna riconoscere che dagli anni Sessanta in poi l'estrema destra cubana ha sempre avuto il controllo di Miami grazie all'enorme potere economico del suo capitale iniziale, al suo dinamismo e all'aiuto concesso da dieci amministrazioni successive; e grazie anche al controllo dei media. Due mondi strettamente collegati.
Due quotidiani in spagnolo, Diario las Américas ed El Nuevo Herald - versione spagnola del Miami Herald. Sei radio - La Poderosa, Radio Mambi, Wqba, ecc.; una rete televisiva, Canal 41. «Quando sono arrivato, nel 1982 - racconta Luis, un uruguaiano - ho subito cominciato ad ascoltare la radio e a guardare la televisione in spagnolo. Tutti i programmi avevano un solo argomento: Cuba. Era il nostro pane quotidiano, una propaganda incessante che non aveva nulla a che vedere con l'informazione».
E da allora non è cambiato nulla.
I giorni dell'esilio Riguardo la stampa scritta, il discorso è simile. Il Miami Herald sa bene che da un punto di vista economico non ha alcun interesse a mettersi contro la destra cubana. La sua traduzione in spagnolo, El Nuevo Herald, va ancora più lontano: edulcorando, censurando addirittura alcuni articoli della casa madre, pubblica quello che sembra più un ciclostile politico che un quotidiano. Per trovare in città una copia di Usa Today o del New York Times bisogna alzarsi presto. E in ogni modo sono scritti in inglese, una cosa che non piace molto ai cubani.
«Il ruolo della radio in questa città - spiega Francisco Aruca - è sempre stato quello di mantenere "la linea" e di esercitare una pressione sociale, in particolare sui gruppi che manifestano opinioni diverse. C'è stato un tempo in cui se ti criticavano alla radio dicendo che eri un simpatizzante di Castro, anche se non era vero, la sera gli amici non ti salutavano dicendoti: "Mi sei molto caro, ma è meglio se non ci facciamo vedere insieme". E tutte le porte si chiudevano».
Contrario all'indirizzo preso dalla rivoluzione - al punto di prendere le armi per combatterla sull'isola negli anni '60, nelle campagne dell'Escambray - Marc Leznic, dopo essere arrivato a Miami, ha creato una rivista, Réplica. Tornato su posizioni più moderate, Leznic raccomanda oggi il dialogo e rifiuta la violenza contro Cuba. «La rivista è stata vittima di undici attentati dinamitardi fra il 1975 e la metà degli anni Ottanta, quando abbiamo smesso di pubblicarla». I tempi cambiano, negli Stati uniti si è ridotto lo spazio per questo tipo di attività. «Questo ci permette di sopravvivere in un ambiente ostile, ma dove l'azione diretta è più difficile - osserva Leznic, che dirige adesso, sempre sulla stessa linea politica, Radio Miami. Ma questo non vuol dire che ci sentiamo del tutto sicuri». [...]

Nei primi tempi l'esilio cubano aveva un carattere familiare, bianco, ricco e fortemente anticastrista. L'ondata antirivoluzionaria successiva, fino alla metà degli anni '70, vi ha aggiunto il suo numero di impiegati, di artigiani, di insegnanti e di piccoli commercianti. Nel 1980, in seguito alle gravi difficoltà incontrate dall'isola, 125 mila cubani attraversano lo stretto della Florida dal porto di Mariel.
Ma se si eccettua il piacere di vedere L'Avana in difficoltà, i loro predecessori ricevono piuttosto male questi marielitos: per la prima volta la città si popola di cubani che non appartengono né all'ex classe dominante né alla classe media, ma provengono «dalla strada» e hanno una pelle un po' più «colorata». Il fenomeno diventerà ancora più accentuato nel 1994, con l'arrivo dei balseros.
La città cambia completamente, con alcuni effetti perversi. «Nel complesso, osserva un «anglo» del quartiere di Coral Gables parlando dei marielitos, la maggioranza di persone arrivata è gente perbene, onesta, ma tra di loro vi sono anche dei delinquenti e dei malati mentali mandati da Castro». Riguardo questi ultimi, Max Leznic fornisce una spiegazione di solito passata sotto silenzio: «Questi matti si trovavano negli ospedali psichiatrici cubani, lasciati alle cure della rivoluzione. L'Avana ne aveva la lista. "Dove sono i loro parenti?
Negli Stati uniti? Allora fateli uscire e spediteli laggiù. I loro parenti hanno i mezzi per occuparsene"». Con tutti questi arrivi Miami ha attraversato un periodo difficile, contrassegnato dalla violenza, da traffici di droga e da morti violente (in seguito la situazione è parzialmente migliorata).
Gli americani di colore non vedono con piacere l'arrivo di questi nuovi emigranti, che fanno loro concorrenza nella ricerca di lavori umili già malpagati. A loro volta i latinoamericani e gli haitiani sopportano con difficoltà il trattamento privilegiato di cui beneficiano i cubani. «La loro posizione viene subito regolarizzata - osserva Luis, l'uruguaiano. Sono gli unici. Gli altri vivono nella paura, e per molto tempo in condizioni di illegalità. Se sono scoperti perdono tutto e devono "sloggiare"».
A tutto ciò bisogna aggiungere che ancora oggi i cubani - anche se hanno ottenuto la nazionalità americana - vivono fra cubani. «Sono snob, si considerano i migliori, sono diversi! A noi, latinos, ci trattano da indios». Il paradosso può andare più lontano: ormai la rivoluzione è qualcosa di lontano nel tempo e così, non appena viene evocato loro il presidente venezuelano Hugo Chávez, assumono un'aria importante: «Chávez? È un pagliaccio! Fidel è molto, molto più intelligente».
La situazione è ancora peggiore con l'estrema destra: «Se gli afroamericani sapessero come parlano di loro. Per fortuna non capiscono quello che viene detto alla radio».
Tuttavia i cubani del dopo-Mariel hanno dato a Miami il suo volto, con i loro difetti e le loro qualità. Simpatici, ironici, estroversi, aiutati al loro arrivo dal governo americano, hanno lavorato sodo e si sono creati un loro spazio. I più dinamici sono diventati commercianti, piccoli imprenditori nel campo dei servizi, del commercio, delle pizzerie. Tutti fanno ridere il loro connazionale Francisco: «Criticano Fidel perché non li lasciava viaggiare. Arrivati qui, non escono mai da Miami, a loro il mondo esterno non sembra interessare. C'è una sola eccezione: appena hanno quindici giorni di vacanza vogliono andare a Cuba!».
L'anticastrismo radicale si attacca alle sue certezze: ancora un mese, una settimana, un giorno e il «regime» cadrà; gli esiliati torneranno sull'isola e saranno accolti in modo trionfale; uno di loro si presenterà alle elezioni presidenziali e le vincerà. A forza di parlare della vittoria futura e sempre rimandata, si credono invincibili e vivono guardando al passato.
Attorno a loro hanno attirato e attirano tuttora una moltitudine di organizzazioni criminali - Alpha 66, Comandos L, Comandos Martianos Mrd, Omega 7, Partito di unità nazionale democratica (Pund), Consiglio per la libertà di Cuba e così via - e una facciata più «rispettabile», la Fondazione nazionale cubano-americana (Fnca), creata nel settembre 1981 da Ronald Reagan, e le cui modalità operative sono basate sulla corruzione degli uomini politici e sull'intimidazione. Tutte queste persone vivono dilapidando patrimoni enormi: il denaro fornito generosamente dalla Cia e dalle varie amministrazioni per «rovesciare Castro». [...]

La maggioranza dei cubano-americani ha invece altre preoccupazioni.
Di fronte a questi estremisti, alla loro violenza e alle loro pressioni, per molto tempo la popolazione cubana di Miami ha tenuto un atteggiamento piuttosto passivo, partecipando anche al finanziamento delle loro attività pubbliche (e delle varie attività clandestine contro Cuba).
Ma soprattutto, ha cercato di non farsi notare. «Anche qui - dice Francisco - la gente ha paura di parlare. Non sono d'accordo con la corrente dominante, ma non dicono nulla per evitare problemi».
L'embargo dei pacchi Come i milioni di latino-americani che non provengono da un paese «comunista», ma che hanno scelto comunque di emigrare negli Stati uniti, i cubani hanno intrapreso il viaggio per ragioni economiche.
Avendo lasciato le loro famiglie sull'isola, vogliono poter andare a trovarle, e anche se i loro mezzi sono per lo più modesti, vogliono aiutarle. E non vogliono sentir parlare di embargo o di invasione militare dell'isola.

di Maurice Lemoine da Le Monde Diplomatique

11 febbraio 2011

Cambio a Cuba: l'Egitto non è Cuba

I recenti fatti che dall'Egitto e non solo stanno infiammando i venti di libertà in tutto il mondo, sono recepiti e divulgati anche a Cuba dai blogger dell'isola e da quelli nel resto del mondo che da anni sostengono e stimolano un cambio pacifico sull'isola. Soprattutto in questi ultimi giorni con gruppi su Facebook come "Por el levantamiento popular en Cuba" si stanno divulgando velocemente richieste da ogni dove afffinchè anche il popolo cubano intraprenda una sommossa per le strade atta ad abbattere il regime castrista.
Questa non è un'alternativa ai problemi di Cuba!

Da parte mia ho sempre appoggiato un risveglio popolare mirato alle richieste più che giustificate di cambiare quelle ingiustizie che oggi a Cuba continuano a tenere il popolo in una condizione economica e sociale che non riesce a soddisfare le più basilari esigenze di sopravvivenza. I Diritti Umani, la dualità monetaria, i salari insufficienti, l'impossibilità di spostamento, la libertà d'espressione, etc. sono problemi concreti che necessitano un intervento rapido da parte del Governo cubano.

Bisogna anche dire che recentemente la liberazione di quasi tutti i prigionieri politici, in carcere ne restano solo 9 e le nuove privatizzazioni di 178 licenze per piccole e medie attività commerciali e professionali, sono un tangibile segno che il Governo sta lentamente approvando alcune misure mirate ad un cambiamento economico per aiutare uno sviluppo sociale ed un'economia privata sull'isola.

Certo molto è ancora da fare, soprattutto in relazione alla libertà d'espressione, ad un pluralismo politico, ma non credo che un improvviso e drastico cambiamento ai vertici del Governo possa servire ad una nuova positiva gestione del paese.
In poche parole abbattere dall'oggi al domani il Governo non aiuterebbe certamente i cittadini cubani, soprattutto quelli economicamente e culturalmente più deboli. Il risultato di un'eventualità simile sarebbe di unico beneficio della destra cubano-americana, erede di quel'ideologia pre rivoluzioniaria, quando Batista gestiva i bordelli americani e appoggiava le mafie mondiali sul suolo cubano.

Un cambio improvviso premetterebbe alle multinazionali USA di invadere economicamente Cuba e, così come già successo nell ex URSS, trasformerebbe l'isola in un nuovo Stato americano in mano alla mafia cubana di Miami e non solo. E' facile prevedere quale sarebbe lo sviluppo economico e sociale sull'isola, basta dare un'occhiata a quei paesi della stessa area dove l'egemonia americana ha avuto il sopravvento negli anni.

Devo purtroppo constatare che la quasi totalità dei blogger cubani o di cubani all'estero non sollevano minimamente la possibilità che questo accada, anzi non lo vogliono nemmeno considerare. Non se ne parla mai, si continua ostinatamente a condannare il regime, a chiedere una democrazia, riforme economiche, un "capitalismo sui generis" (ma che vuol dire?)
Non si solleva in nessun modo l'ipotesi che ribaltando improvvisamente il regime sarebbe più probabile una realtà socialmente ed econonomicamente peggiore rispetto a quella attuale.

Cancellare quelle garanzie dello Stato che, anche se in misura insufficiente, permettono oggi una sopravvivenza dignitosa del popolo, mi riferisco ad un minimo approvvigionamento di cibo, alla sanità e alle scuole gratuite, non farebbe altro che far sprofondare la maggior parte dei cittadini cubani in un inferno che non saprebbero affrontare.
Si materializzerebbero così anche a Cuba famiglie per strade senza cibo, gruppi di delinquenza organizzata o improvvisata, cha lascerebbero la strada libera a quelle persone più forti e violente. Si instaurerebbe ancora una volta una enorme differenza sociale tra i pochi ricchi (che arriverebbero da Miami con valige di dollari sporchi) e la maggioranza di poveri che sarebbero così abbandonati a se stessi.

Le analogie con l'Egitto inoltre non sono poi così marcate. A Cuba ideologicamente una gran parte dei cittadini sono fedeli ad un socialismo che sino ad oggi li ha salvati dalle assurdità e violenze statunitensi che hanno distrutto gran parte del centro e sudamerica. Criticano, magari sottovoce, quello che il regime non riesce a risolvere, ma non si auspicano certo un'invasione di ricchi potenti dall'occidente che troverebbero in Cuba un territorio vergine dove ancora una volta sfruttare con il sangue del popolo una nazione e che farebbero solamente arricchire ancor di più i soliti noti, fregandosene totalmente del popolo e delle sue necessità basilari.

Inoltre non ci dimentichiamo che in Egitto Mubarak è da sempre stato appoggiato dagli USA e dalla UE, sempre coccolato e finanziato, pur sapendo della sua volontà di mantenere un popolo soggiogato per i suoi interessi economici personali. A Cuba si può dire molto di Fidel, ma non certo di un suo arricchimento personale, anzi, nonostante un embargo che dura da cinquant'anni a Cuba non si muore di fame.

In conclusione non appoggio la volontà di chi vuole a tutti i costi abbattere il Governo dell'isola. Voglio che al Governo possano succedere nuove personalità che riescano a dialogare con i movimenti d'opposizione, che vogliano cambiare quelle assurdità anacronistiche che bloccano uno sviluppo economico e sociale sull'isola, che permettano che Cuba si trasformi, con i tempi dovuti, in una realtà alternativa sia ad un regime comunista che non esiste già più (vedi Cina), ma soprattuto a quel modello capitalista-liberista-occidentale che sta dimostrando di aver altresì fallito definitivamente sia negli USA che in Europa.

Cambio sì, ma per un nuovo modello, ancora da disegnare, che possa non solo rendere più vivibile la realtà cubana, ma che sia d'esempio anche a quel mondo occidentale oramai morto e sepolto, dove non siano poche famiglie super ricche e potenti a gestire e governare milioni di persone dandogli un'illusione di libertà fatta di luci sfavillanti, fumi, e inutilità materiali.

Rob Ferranti

04 febbraio 2011

Dissidenti a Cuba: presto liberi due prigionieri politici del gruppo dei 75

Due prigionieri politici del gruppo dei 75, arrestati nel 2003 durante l'onda repressiva denominata "la primavera negra" saranno liberati presto grazie all'intermediazione della chiesa cattolica.

I due prigionieri sono Angel Juan Moya Acosta (a sx ) che resterà a Cuba e Guido Sigler Amaya, che si trasferirà negli Stati Uniti. Moya Acosta di 49 anni e Sigler Amaya di 75, furono condannati a 20 anni di prigione.

All'epoca dell'arresto Angel Moya era presidente del "Movimento per la Democrazia e la Libertà di Cuba" e Guido Sigler apparteneva al gruppo "Oposicion Alternativa".

Il Governo cubano si impegnò nel Luglio del 2010, come frutto di dialogo con la chiesa cattolica appoggiato dalla Spagna, a liberare 52 oppositori che restavano in carcere del gruppo dei 75.

Di questo gruppo, considerati tutti prigionieri di coscienza da Amnesty International, 40 furono liberati verso la metà dello scorso anno dopo aver accettato la condizione di esiliati in Spagna e un'altro, Arnaldo Ramos, fù liberato a Novembre con un permess speciale per motivi umanitari ed è rimasto a Cuba.

Con l'annuncio di queste prossime liberazioni, restano ancora in carcere altri 9 membri del gruppo dei 75, che nella maggior parte hanno rifiutato di voler assere esiliati.
Al momento non si conosce ancora la data della loro liberazione.

fonte El Tiempo.com.ve