23 maggio 2013

Cambio a Cuba: il cammino delle riforme

Da quando il governo ha iniziato piccole aperture economiche e sociali ai cittadini cubani, le discussioni, gli attacchi, i dibattiti si sono fatti sempre più ricchi e sfaccettati. Da parte della dissidenza pro-USA si tratta di operazioni cosmetiche che nulla cambiano nella società, per i blogger rivoluzionari sono segni tangibili di un'imminente, e già avviato, cambiamento politico, sociale e quindi anche economico. Per gli amanti di Cuba stranieri, nello specifico italiani, le opinioni si sprecano e abbondano i tuttologhi, gli esperti e i saggi. Gente che magari frequenta Cuba da anni, o che ha scelto di crearsi un'alternativa futura gettando le basi per un trasferimento totale o parziale e semplici turisti emanano verità assolute come solo i frequentatori di talk show e salotti televisivi vari sanno fare.


Dal mio modesto punto di vista, vorrei riassumere queste tanto acclamate "aperture" ed analizzarle con obiettività.
La prima in ordine di tempo è stata la legalizzazione dell'uso di telefoni cellulari e computer, che già erano presenti sull'isola, che aveva lo scopo di concedere una parvenza di libertà d'informazione e di comunicazione, sempre con un lauto beneficio per le casse dello Stato che applicando tariffe altissime alle chiamate dai cellulari ha incrementato le proprie finanze. Per i computer poi concederne la proprietà senza permettere di connettersi ad internet dalla propria abitazione è un paradosso, ma di questo ne parleremo più avanti.

Successivamente arrivò il permesso per i cubani di poter accedere agli hotel, quindi alle spiagge, "per turisti". Altra chimera per pochi. Certo chi ha famiglia all'estero, chi ha benefici economici per la frequentazione di turisti e chi ha privilegi vari può farlo in tutta libertà, ma anche in questo caso i proibitivi costi, anche se molto ridimensionati oggi, ne proibiscono la frequentazione al cubano comune, che ricordiamo ha una salario medio di 20/30 CUC mensili.

Poi arrivarono le privatizzazioni di alcune attività commerciali. Paladares, case particular, taxi, caffetterie, etc. sono apparsi immediatamente come una boccata d'aria nuova, la possibilità di essere imprenditori di se stessi e determinare così un personale benessere legato esclusivamente alle proprie capacità individuali. In parte è stato così. Oggi queste realtà si sono sviluppate e incrementano il diffondersi di una nuova categoria sociale di liberi professionisti che contribuiscono ad uno sviluppo economico nuovo e potenzialmente in crescita esponenziale. Ovviamente anche in questo caso il Governo ne trae notevoli vantaggi, sia con le tasse che con l'entrata di moneta "dura" che è la linfa vitale per il commercio internazionale dello Stato con altri paesi. Oggi, soprattutto all'Havana, si incontrano decine di ristorantini, case particular e bancarelle che vendono vestiti e scarpe rigorosamente made in China importate ambiguamente da paesi limitrofi o da Miami, in alcuni casi anche dall'Italia. Gira qualche soldino in più, ma siamo ancora ben lontani da un'economia di mercato. Tutto continua ad essere controllato e tollerato dallo Stato. Non esistono magazzini all'ingrosso dove acquistare quei beni e merci che poi vengono vendute al dettaglio. Tutto è lasciato ancora all'improvvisazione e al mercato nero.

Subito dopo è stata legalizzata la compra vendita di case e automobili. Anche in questo pratica che si è sempre svolta nell'ambiguità e in maniera "illegale", ma che comunque ha regolamentato una situazione di scambio tra privati che porta benefici anche allo Stato. Certo le auto che si possono commercializzare non sono gli ultimi modelli in commercio, si possono possedere due case, una nel luogo di residenza e l'altra in una zona di villeggiatura, ma è comunque un passo verso un'economia privata che se pur con lentezza prosegue il suo cammino. 

Infine l'ultima apertura in ordine di tempo, la più attesa e forse la più importante, almeno dal punto di vista politico. L'apertura delle frontiere. Oggi un cittadino comune può richiedere un visto ad un paese straniero e se lo ottiene può uscire dal paese per 22 mesi senza dover chiedere il permesso all'ufficio emigrazione cubano. Sembra una grande conquista, ma se la guardiamo a fondo non è molto diversa da prima. Per prima cosa non tutti possono uscire liberamente dall'isola. Alcune categorie sociali come medici e militari hanno delle limitazioni, ma soprattutto il rilascio del visto dipende sempre dal paese che si vuole visitare. La maggior parte dei paesi europei e ovviamente gli USA hanno forti restrizioni, serve sempre una lettere d'invito e delle garanzie economiche che pochi possono permettersi. Prima era la stessa cosa. Alcuni paesi non richiedono il visto, ma non sono molti i cubani che desiderano andare in Corea del Nord o in Bielorussia.  

Senza voler entrare nello specifico delle possibili riforme economiche indispensabili per un reale sviluppo, resta secondo me primaria l'apertura all'utilizzo di internet, alle informazioni internazionali ed alla possibilità di dibattere apertamente sulle priorità da affrontare per uscire dalla decennale crisi socio-economica. Può sembrare irrilivante per l'isola sostenere che la diffusione di libere e critiche informazioni possano aiutare lo sviluppo dell'economia cubana, ma continuare a silenziare chi dissente su politiche e decisioni primarie, aiuta a mantenere uno status quo che alimenta il discontento e l'inevitabile punto di rottura.

4 commenti:

Anonimo ha detto...
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