04 febbraio 2009

Vivere a Cuba: invocazione ai piedi della montagna

di Reinaldo Escobar da Desde Aqui
Di fronte alla tomba di Frank Pais, all'angolo dove si cita "Quì è caduto Otto Parellada", guardando le targhe che ricordano "in questo luogo..." si incontrarono gli insorti, si riunirono i cospiratori, sono stati emessi i proclami, come dire, in qualunque zona di Santiago di Cuba, mi faccio la stessa domanda: La ribellione sarà una cosa del passato? Sarà possibile che la paura di perdere il lavoro o la carriera universitaria sia più forte della paura di perdere la vita? Sarà per caso più facile e meno rischioso prendere le armi che esprimere le nostre idee?

Ho parlato con giovani e vecchi, uomini e donne, protestanti, cattolici e atei, operai, intellettuali e studenti. Non ho trovato una sola persona che mi abbia detto di sentirsi bene nella sua situazione attuale e nemmeno nella situazione del paese, però non ho incontrato nessuno (in realtà una sola persona) che abbia avuto l'occasione di esprimere pubblicamente la sua infelicità, il suo disaccordo, anche solo la minima divergenza.

Io, che sono di Camguey, non mi azzardo a suggerire alla gente che l'indomita provincia si sia convertita in codarda. Penso che quello che stia succedendo sia che la disinformazione quì sia più estesa e che sentirsi dire per tanti anni che Santiago è la culla della rivoluzione, le abbia instillato una sorta di colpa di ciò che succede.

Santiagheri, la colpa è di tutti noi. Noi cubani stiamo pagando il prezzo della nostra innocenza, ma quelli che si devono pentire sono quelli che ne abusano. Mi auguro che non sia mai più necessario porre una targa di bronzo per indicare dove si immolò un giovane, dove fu assassinato un infelice.

Il nuovo coraggio che rivendica la patria non si risveglia con i clarinetti esaltati della battaglia, ma con la serena convinzione che abbiamo l'obbligo di una responsabilità civica per rivendicare i diritti che ci appartengono.

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