23 novembre 2008

Dissidenti a Cuba: da dove vengono i soldi dell'opposizione?

di Reinaldo Escobar da Desde Cuba

Sembra quasi superfluo spiegare che qualunque attività politica genera costi, dalla imprescindibile esistenza di quadri professionali che si dedicano a tempo pieno al lavoro di partito, sino alla elaborazione e diffusione di documenti, passando per la realizzazione di viaggi, che significano trasporto, alimentazione e alloggio fuori dalla città dove si risiede; l’organizzazione di un seminario, un congresso o una conferenza stampa, o semplicemente connettersi a Internet. E’ possibile pensare di fare politica senza realizzare tutto questo?

Non esiste la benchè minima possibilità per una entità della emergente società civile cubana di poter fondare qualcosa che solo si avvicini ad una impresa lucrativa, che abbia come scopo coprire i costi del lavoro politico.
Non esiste “casa particular” che affitta abitazioni, né “paladar” o riparatore di biciclette, nemmeno un pagliaccio delle feste di compleanno (alcune delle attività “private” tollerate dal governo) che possa affrontare questi costi.

Nemmeno un solo dirigente dell’opposizione interna possiede del denaro proprio, fonte di un patrimonio di prima della rivoluzione, né possiede nulla da vendere o pensioni da sfruttare, la maggioranza di loro nemmeno riceve un salario, visto che sono disoccupati (il sistema repressivo del governo impedisce ai dissidenti di coscienza di ottenere un impiego, di nessun tipo).

Invece si dedicano alla politica professionalmente, si “trasportano” da soli, si “alloggiano”, fanno congressi, stampano documenti, ricevono e inviano e-mail.
Da dove vengono i soldi?

La risposta che il Governo cubano dà a questa domanda è che i soldi arrivano dagli Stati Uniti, dagli esiliati in Florida, da fondazioni indipendenti o dallo stesso governo nord-americano, che sembra finanzi con $ 80.000 all'anno queste attività.
Si sa che paesi dell’ Unione Europea e dell’America Latina apportano finanziamenti, però è chiaro che, secondo un’interpretazione ufficiale, questi soldi arrivano per la maggior parte dagli USA, attraverso un intenso e intrigato cammino.

Forse la domanda più interessante non è da dove vengono i soldi, ma quali sono le condizioni imposte per accettarli.

Josè Martì raccolse i soldi per la rivoluzione indipendentista tra coltivatori di tabacco, ma anche da filantropi nord-americani, messicani e cubani. […]

Molto, moltissimo fu l’aiuto ricevuto dopo la trionfante rivoluzione cubana dall’URSS e altri paesi socialisti, e non parlo solo di un corretto interscambio commerciale tra paesi poveri e paesi più sviluppati. Parlo di navi piene di armi, di propaganda universitaria, di trasferimenti di tecnologia, collaborazioni tra intelligenza politica, sino a viaggi nel cosmo, che non si sarebbero mai realizzati se Cuba non fosse stato il primo paese socialista dell’emisfero occidentale. […]

Nei primi anni della post-rivoluzione parallelamente alle sovvenzioni al nuovo governo cubano, iniziò il finanziamento ai contro-rivoluzionari. E’ documentato che tra il 1959 e il 1965 quasi la totalità delle attività d’opposizione erano direttamente sovvenzionate dalla CIA, il Pentagono e il Dipartimenti di Stato degli Stati Uniti. Gli stessi protagonisti lo hanno raccontato e tutti hanno giustificato questo finanziamento, molto condizionato dal fatto che il governo di Fidel era appoggiato dalle potenze comuniste.

Attualmente, gli oppositori cubani vengono arrestati quando si dimostra, o quando c’è la convinzione, che abbiano ricevuto denaro dagli USA. Questa è stata in tutti i casi, l' accusa più pesante per le spropositate condanne inflitte ai 75 condannati della primavera nera del 2003. Si arrivò ad accomunare nello stesso gruppo giornalisti che ricevevano un salario in moneta estera per gli articoli che scrivevano per giornali stranieri.
Questo ha portato, tra le altre conseguenze, a nuove divisioni nell’opposizione interna: quelli che non ricevono denaro e quelli che lo ricevono tramite l’ “Ufficio di Interessi Nord-americani”, quelli che lo ricevono dagli USA, oppure dalle istituzioni indipendenti europee o sud-americane.

Quello che quasi nessuno si domanda è da dove vengono i soldi per pubblicare tutti quei periodici nazionali e provinciali del Partito Comunista, dell’Unione dei Giovani Comunisti o del Centro dei Lavoratori di Cuba. Come sono state finanziate negli anni le varie tribune aperte, marce del popolo combattente, tutte le infrastrutture per la “battaglia delle idee”, le campagne per il rilascio dei “5 eroi” combattenti del Ministero degli Interni incarcerati negli USA, i viaggi all’estero, gli stranieri invitati a eventi politici, i cartelloni, le magliette con gli slogan, le bandiere. […]

Se il partito al potere ha a disposizione la casse aperte dell’erario pubblico per sopportare i suoi costi, e l’opposizione non solo non ha riconoscimento legale, ma non ha accesso ad alcun finanziamento, cosa si può fare? Lasciar fare al Governo senza opporre la minima resistenza, o limitare le azioni ad alzare la voce, senza neanche un megafono per amplificarla?

L’unica opzione dove sono arroccati gli oppositori che vivono sull’isola, per poter esercitare la loro tendenza politica, è quella di accettare finanziamenti da chiunque li offra, a patto che si conformi con l’essere un “gruppetto famigliare” senza alcun eco nella società. Questo fa parte della deliberata intenzione del governo di rendere più costosa qualunque alternativa di cambio politico nell’isola. […]

Più è difficile dissentire, meglio sarà per il governo. Se non sono sufficienti gli ostacoli materiali e legali, se non è sufficiente la paura e il carcere, vi sono gli scrupoli etici (i pregiudizi?) che impediscono alle persone oneste di ricevere del denaro che li rende automaticamente dei mercenari dell’imperialismo. […]

L’ideale sarebbe che i media di diffusione cubani non fossero il feudo di un partito, ma uno spazio pubblico per tutte le tendenze politiche; che il presupposto dello Stato fosse quello di sovvenzionare il lavoro della società civile e dei partiti debitamente registrati di fronte alla legge.

Se lo Stato, invece di distribuire in modo equo i fondi e le ricchezze che il popolo lavoratore produce, le monopolizza solo per un partito prediletto, perde il diritto morale di chiedere da dove vengono i soldi dell’opposizione.
Ancora meno può negare a qualcuno la possibilità di essere un donatore disinteressato. Lo Stato dovrebbe proteggere, i cittadini che abbiano una proposta politica, il diritto a difenderla e a metterla in competizione pubblicamente in condizione egualitarie e senza che per poterlo fare debbano vendere l’anima al diavolo.

2 commenti:

GaviotaZalas ha detto...

Molto interessante il post, certamente lo hanno difficile quelli che desidereno fare oposizione. saluti

il viaggio lastminute ha detto...

Ciao Rob, immagino non debba essere facile fare attività politica a Cuba!
Un saluto
Stefano