07 ottobre 2012

Dissidenti a Cuba: le 30 ore di Yoani a Bayamo

Ecco il racconto delle 30 ore passate da Yoani Sanchez a Bayamo. Premetto che è da condannare a priori un atto di prevaricazione nei confronti di un libero cittadino, e giornalista, che fino a prova contraria intende assistere ad un processo “aperto al pubblico”, è da condannare ancora più veementemente la negazione di permettere ai figli di Oswaldo Payà di assistere al processo, sono i primi ad avere il diritto di seguire il procedimento penale.
Ma entrando nel merito personale dell’esperienza mi domando: la polizia ha agito con violenza? E’ stato violato qualche diritto umano? Il racconto più che una cronaca giornalistica è un testo romanzato, che probabilmente è proprio quello che vuole essere.

Come tale è ovviamente influenzato dalle idee e le posizioni politiche di chi lo scrive. Certi comportamenti sono ovviamente interpretati dall’autore, illustrati per suscitare emozioni mirate ad uno scopo preciso.
Nulla da eccepire, in conclusione solidarietà per Yoani, ma allo stesso tempo rispetto per il comportamento delle forze di polizia, che hanno dimostrato di svolgere il loro mandato, senza abusare della posizione di potere che ricoprivano.

da La Stampa, traduzione Gordiano Lupi

Hanno voluto impedire che raggiungessi il luogo dove si teneva il processo ad Ángel Carromero. Erano le cinque della sera del 4 ottobre, un ampio spiegamento di forze di polizia nei pressi della città di Bayamo ha fermato l’auto sulla quale viaggiavo insieme a mio marito e a un amico. «Voi volete boicottare il processo», ci ha detto un uomo in divisa verde oliva poco prima di arrestarci. Sembrava che stessero fermando una banda di narcotrafficanti o che fosse la cattura di un pericoloso serial killer. In realtà eravamo solo tre individui interessati a seguire un processo, entrando da spettatori in un’aula giudiziaria. Credevamo che l’udienza fosse davvero pubblica, come aveva scritto il Granma. Ma dovevamo saperlo che il Granma non dice mai la verità.  

Angel Carromero all'uscita del tribunale
Nonostante tutto, arrestandomi, finivano per regalarmi l’altro volto della storia. Vivere le stesse sensazioni di Ángel Carromero e la pressione che circonda un detenuto. Conoscere sulla propria pelle le macchinazioni di un Dipartimento del Ministero degli Interni. Prima di tutto si sono avvicinate tre donne in uniforme e mi hanno tolto il telefono mobile. Fino a quel punto si trattava di una situazione confusa, aggressiva, ma non aveva ancora niente di violento. Dopo, quelle stesse robuste signore mi hanno fatto entrare in una stanza e hanno provato a denudarmi. Ma esiste qualcosa di intimo che nessuno può toglierci di dosso. Non so, forse è l’ultima foglia di fico alla quale ci aggrappiamo quando si vive sotto un sistema che sa tutto delle nostre esistenze. Potrei citare quel cattivo e contraddittorio verso che dice «potrai avere la mia anima… non il mio corpo». Per questo ho resistito e ne ho pagato le conseguenze.  

Dopo quel momento di estrema tensione è arrivato il turno del poliziotto “buono”. Uno che si è presentato dicendo di portare il mio stesso cognome - come se significasse qualcosa - e di amare il dialogo. Ma l’inganno è fin troppo noto, si è ripetuto così spesso, che non ci sono caduta. Mi è venuto subito in mente Carromero sottomesso alla stessa tensione composta da un mix di minacce e “atteggiamenti comprensivi”… non è facile sopportare a lungo una simile situazione. Nel mio caso, ricordo di aver fatto un respiro profondo e dopo una lunga discussione sulla illegalità del mio arresto ho cominciato a ripetere per più di tre ore una sola frase: «Esigo che mi facciate fare una telefonata, è un mio diritto». Avevo bisogno di certezze e ripetere le stesse parole mi tranquillizzava. Il ritornello mi faceva sentire forte di fronte a persone addestrate in accademia su come distruggere la volontà umana. Tutto quello di cui avevo bisogno per affrontarli era un’ossessione. Ed è così che ho finito per ossessionarmi.  

Sembrava che la mia insistente cantilena fosse stata inutile, ma dopo le una del mattino mi è stato permesso di fare la chiamata. Poche frasi con mio padre, anche se la linea era sicuramente controllata, e avevo già detto tutto. Potevo passare alla tappa successiva della mia resistenza, che ho definito “ibernazione”, perché quando si dà un nome a una cosa significa classificarla e crederci. Ho rifiutato di mangiare e non ho voluto ingerire nessun tipo di liquidi; ho rifiutato di sottopormi ai controlli medici di alcuni dottori che volevano visitarmi. Ho rifiutato di collaborare con i miei aguzzini, dicendoglielo chiaro. Non potevo cancellare dalla mia mente la resa di Carromero in oltre due mesi di lotta con quei lupi che ogni tanto recitavano il ruolo delle pecore.  

Per buona parte del tempo tutto quel che facevo veniva filmato dalla telecamera maneggiata da un sudaticcio paparazzo. Non so se un giorno o l’altro trasmetteranno qualche sequenza alla televisione ufficiale, ma ho impostato le mie idee e la mia voce in modo tale che non potessero essere usate per colpire le mie convinzioni. Possono scegliere tra mantenere le immagini con l’audio originale che contiene la mia domanda o ripetere il trucco di sovrapporre la voce di un doppiatore. Ho cercato di rendere il più difficile possibile il montaggio successivo di quel materiale.  

Ho fatto solo una richiesta in 30 ore di detenzione: devo andare al bagno. Io ero pronta a dare battaglia fino alla fine, ma la mia vescica no. Dopo mi hanno condotta in una cella di lusso. Avevo passato diverse ore in una prigione con le tende alle sbarre e all’interno faceva un caldo terribile. Per questo trovarmi in una sala più ampia, con televisore e diverse sedie, che terminava in una camera munita di un letto confortevole è stato davvero un colpo basso. Osservando il tessuto delle tende, ho avuto il presentimento che fosse lo stesso posto dove era stata fatta la prima registrazione circolata in Internet delle dichiarazioni di Ángel Carromero.  

Ho capito subito che non mi trovavo in una camera, ma in un set cinematografico. Per questo non ho voluto sdraiarmi su quelle lenzuola pulite e ho rifiutato di mettere la mia testa su quei cuscini tentatori. Ho raggiunto una sedia in un angolo della stanza ed è lì che mi sono raggomitolata. Due donne vestite con abiti militari sorvegliavano ogni mia mossa. Stavo vivendo il dejà-vu di un’altra persona, il ricordo dello scenario dove Carromero aveva trascorso i primi giorni di detenzione. Non era facile, non tanto per le botte o per la tortura, ma perché ero convinta che non mi potevo fidare di ciò che stava accadendo tra quelle pareti. L’acqua poteva non essere acqua, il letto sembrava una trappola e il premuroso dottore aveva le sembianze di una spia. Non restava che immergersi negli abissi dell’“io”, chiudendo le porte al mondo esterno. È proprio quello che ho fatto. La fase “ibernazione” si è conclusa in un letargo auto provocato. Non ho più detto una parola.  

I figli di Oswaldo Payà
Quando mi hanno riferito che stavano per trasferirmi all’Avana, mi è costato fatica aprire le palpebre e la lingua sembrava uscirmi dalla bocca per colpa della sete prolungata. Ma sapevo di aver vinto. In un gesto finale, uno dei miei aguzzini mi ha teso la mano per aiutarmi a salire sul pulmino dove si trovava anche mio marito. «Non accetto cortesie dai repressori», gli ho detto, fulminando con lo sguardo. Il mio ultimo pensiero è stato per il giovane spagnolo che in quel 22 luglio ha visto cambiare la sua vita e ha dovuto lottare contro tutta quella serie di inganni.  

Arrivata a casa ho saputo degli altri detenuti e che la stessa famiglia di Oswaldo Payá non è stata ammessa nella sala del tribunale. Ho saputo anche che il pubblico ministero ha chiesto sette anni di detenzione per Ángel Carromero e che il processo di questo venerdì era ormai “concluso in attesa di sentenza”. Il mio era stato solo un incidente, il vero dramma continua a essere la morte di due uomini e la reclusione di un altro.

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