20 settembre 2008

Vivere a Cuba, Yoani: terra spianata

di Yoani Sanchez da Generaciòn Y traduzione di Gordiano Lupi
9 Settembre 2008

L’Avana si trovava già in fase di allerta ciclonica quando domenica sono rientrata dopo un viaggio a Pinar del Rio. Poche volte mi sono rallegrata tanto nel vedere i ponti elevatori della calle 100 e Boyeros, come dopo la sfilata di strutture distrutte che ho visto a occidente. Ai due lati della strada si poteva accertare il luogo da dove erano passati i venti superiori a 200 chilometri all’ora, precisamente nella zona tra Los Palcios e San Diego. La vegetazione inaridita, piegata in direzione delle raffiche più forti e centinaia di case senza tetto o rase al suolo. Persino il resistente marabú (1) è stato danneggiato più dall’uragano che da tutti i piani pubblicizzati per eliminarlo.


Persone piangevano per la loro sorte, con la case rase al suolo e le foto dell’infanzia distrutte dall’acqua. Un guidatore di bicitaxi ha mandato le sue figlie a casa di una zia, perché non aveva denaro per pagare il prezzo di 9.70 pesos che vale ogni tegola di asbesto cemento distribuita ai danneggiati. Desolazione e dubbi davanti a un futuro che già aveva toni oscuri, ma che ora si tinge - con ragione - del peggiore degli ocra. Il raccolto distrutto, senza nessuna compagnia assicuratrice che risponda dei danni. Elettrodomestici comprati nel mercato informale che neanche possono essere dichiarati come perduti, perché per lo Stato non sono mai esistiti.

La vulnerabilità del cittadino di fronte a questi eventi climatici è avvilente. Un martello costa praticamente il salario di un mese e disporre di tavole e chiodi è un lusso che possono permettersi in pochi. Resta solo una scelta quando arrivano i cicloni: sgombrare e lasciare gli oggetti personali più ingombranti in balia del temporale. La cosa più difficile da elaborare per noi che vogliamo aiutare è l’assenza di una strada civica che faccia arrivare le donazioni alle vittime. Le strutture di distribuzione dello Stato non possono spogliarsi dall’indolenza e dalla cattiva organizzazione che mostrano nel resto delle attività economiche. La strada delle Chiese viene scelta da molti, però manca di infrastrutture e personale per raggiungere ogni luogo.

Domenica sera abbiamo parlato con i componenti del gruppo Convivencia e altri membri della incipiente società civile pinareña, su come portare biancheria, generi alimentari e medicine ai danneggiati. Sfortunatamente, tutte le possibilità sono state smontate durante gli anni nei quali noi cubani abbiamo perso la nostra autonomia a vantaggio di uno Stato superprotettivo e autoritario. Se un gruppo di persone potesse ammassare aiuti, il problema sarebbe farli arrivare fino alle zone disastrate e distribuirli senza che una denuncia li facesse finire in galera. Ne consegue, che l’iniziativa più fattibile è l’invio di denaro contante, da parte dei familiari emigrati, ai loro parenti in Cuba. Noi che risediamo nell’Isola, e vogliamo dare una mano, dobbiamo recarci di persona nelle aree devastate e portare direttamente in loco le nostre donazioni. “Ogni cosa aiuta” mi ha detto un signore singhiozzando per la tristezza, mentre mi indicava la sua casa - già molto povera prima del ciclone - e adesso rasa al suolo.



Nota del traduttore:

1. Ho già parlato del marabú in questi post. Si tratta di un arbusto infestante difficile da eliminare prima di dissodare la terra e seminare i campi. Il riferimento ironico di Yoani è ai recenti provvedimenti che assegnano appezzamenti di terra in usufrutto ai contadini e ai piani per combattere il proliferare del marabú e rendere più fertili le zone agricole (Gordiano Lupi).



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