26 giugno 2008

Vivere a Cuba, Yoani: adattarsi o cambiare

di Yoani Sanchez dal blog Generaciòn Y
traduzione di Gordiano Lupi


Nel mio ascensore sovietico dei tempi di Brezhnev, ha cominciato a cadere una goccia di grasso dall’uscita di emergenza che c’è nel tetto. La persistente pioggerellina non stona con lo stato tecnico dell’ascensore, anzi si confà bene con il pavimento scalcinato, i graffiti osceni e i rumori da brivido che fanno le porte quando si aprono. Ad alcuni vicini la capricciosa sostanza ha danneggiato i vestiti o unto i capelli; però la soluzione che abbiamo trovato è quella di cederle spazio perché cada dove vuole. Già da un paio di mesi, non possono salire sei persone nel deteriorato apparecchio, perché uno spazio è riservato al grasso che cade.

Nella stessa maniera in cui indietreggiamo di fronte alla capricciosa goccia, ci adattiamo al fatto che in un cinema con sei splendide porte di cristallo, ne resti aperta soltanto una. Il conformismo ci porta ad accettare che alla fine della pellicola, tutti gli spettatori debbano stringersi per passare da una piccola parte di quello che, in altri tempi, è stata una filiera di portoni battenti. Allo stesso tempo ci siamo abituati ai dipendenti dei negozio che trattano male, ai prodotti che vengono adulterati e ai servizi igienici che vanno in malora poco tempo dopo essere stati inaugurati. Tutto questo, con la stessa condiscendenza con la quale vediamo ridurre i nostri diritti di cittadini.

Essere indolente è di moda. Per questo io e i miei vicini abbiamo cominciato a credere che il grasso dell’ascensore fa bene per la crescita dei capelli e, le macchie che produce nei vestiti, sono molto eleganti. Se aspetta che facciamo qualcosa, la goccia del mio ascensore sovietico può vivere tranquilla: la lasceremo cadere in pace. Chi vuole cadere nel ridicolo di cercare di cambiare le cose?

1 commento:

Yo Ana ha detto...

Gracias por darme la bienvenida, y sobre todo por traducir a Yoani y difundir tantas cosas sobre Cuba en tu pagina. Preciosa tu nena. Felicidades. Un abrazo,

Ana