10 marzo 2013

Arte a Cuba: la cultura non può essere uno strumento del mercato

In questo periodo di fermenti commerciali e riforme economiche, una preoccupazione sta emergendo nel tessuto sociale cubano. La cultura, nel senso più esteso del termine, è sempre stata a Cuba, insieme all’assistenza sanitaria e all’educazione, una delle qualità d’eccellenza nella società dell’isola , una delle conquiste della rivoluzione che hanno caratterizzato il governo per decenni e che sono state esempio globale di necessità imprescindibili per uno Stato che vuole eleggere garanzie sociali per esaltare qualità morali e etiche che siano al di sopra delle sole esigenze di mercato e che siano svincolate dalla relazione tra domanda e offerta. La sanità e l’educazione stanno già soffrendo di una gravissima crisi, un pò per la perseveranza dell’embargo USA e un pò per la fuga di dottori e docenti che preferiscono intraprendere cammini professionali più remunerativi, magari con attività in proprio, piuttosto che dedicare la loro vita a missioni più gratificanti ma che non garantiscono la sopravvivenza. Salari di 20/30 dollari al mese scoraggiano anche la più appassionata delle anime potenzialmente dedite a carriere professionali qualificate. Ora anche la cultura nelle sue espressioni più evidenti come la musica, la danza, la pittura, la letteratura sta iniziando ad essere questionata all’interno delle istituzioni stesse. La sovvenzione e la diffusione della cultura viene considerata una dispersione di risorse economiche.



A Cuba nessuno discute della necessità di riforme che diano alla nazione un’economia sostenibile. Oggi si usano parole com mercato, efficienza, benefici, domanda e offerta senza il timore di essere tacciati di sacrilegio. Invece quello che risulta evidente per l’economia non lo è altrettanto per la cultura. Il tema centrale di rappresentanti delle istituzioni è fino a che punto la cultura potrà auto finanziarsi. Per Abel Prieto, assessore del Presidente, lo spreco è la burocrazia culturale, bisogna “riposizionare una gran massa di persone del settore amministrativo che non sono essenziali e a volte ostacolano”. 

Il problema è che imprese burocratizzate sono state convertite “per decreto” in rappresentanti degli artisti. Si assicurano cos’ gran parte del guadagno senza alcuna attività promozionale e determinano normative che ostacolano il lavoro invece che svilupparlo. Francisco Alonso, direttore della compagni di teatro lirico Ernesto Lecuona, afferma che “ogni gruppo deve essere capace di promuoversi, commercializzarsi e gestionale gli aspetti economici,nessuno a maggior interesse in queste attività che gli artisti stessi”. Anche Heriberto Acanda, direttore della galleria Arturo Regueiro dice che “ espongo il lavoro di un artista, lo promuovo e lo commercializzo, ma non ho uno status legale per guadagnarci una percentuale.” Alcuni critici si domandano che senso ha provare per otto mesi una certa rappresentazione teatrale, quando nel momento di metterla in scena viene vista da poche decine di persone. Nasce così l’esigenza di avvicinarsi maggiormente al gusto del pubblico, quindi selezionare quello che vale la pena sostenere economicamente. Ma altri intellettuali osservano che bisogna avere cautela nel selezionare tali attività sostenendo che l’unica ricchezza rinnovabile e non negoziabile che la società cubana possiede non può essere sottomessa alla semplice regola della domanda e dell’offerta. Bisogna continuare a sovvenzionare tutto quello che può essere utile per il suo apporto culturale anche se non esiste una grande domanda, perché gli errori nella cultura non si vedono a breve termine, ma si pagano sempre.

Da parte del governo il nuovo vice presidente Miguel Diaz Canel afferma che bisogna “cambiare la mentalità in merito ai processi culturali (…) ripensare come alleggerire l’impegno statale convertendo (le imprese statali n.d.a.) in centri imprenditoriali o entità che possano guadagnare un certo capitale. (…) Assumere forme dinamiche e sostenibili senza cadere nel cattivo gusto, Una istituzione che abbia un lavoro sostenuto e che guadagni in maniera sistematica può incidere di più e meglio senza che si aspetti niente da nessuno.”

Ma affinché questo sia possibile è necessario un cambiamento nella super struttura ideologica del paese. Solo pochi mesi fa si ordinò la chiusura del locale di “Opera de la calle” perché si auto finanziava con i benefici di un ristorante privato. Tutti sembrano convinti che la cultura non possa autofinanziarsi ma credono che si possano razionalizzare gli sprechi, avvicinandosi ai gusti della popolazione, riducendo la burocrazia, potenziando l’autogestione ed eliminando le istituzioni parassite. 

tratto da Cartas desde Cuba

4 commenti:

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