16 febbraio 2013

Dissidenti a Cuba: le tante facce della dissidenza

Dissidenza, opposizione, ribellione, contestazione, etc… Termini che si usano, e dei quali spesso si abusa, per indicare una visione contraria, critica verso un’ideologia, un sistema politico, sociale o economico. Insomma sta a indicare l’essere contro qualcosa o qualcuno. Quando si parla di Cuba “dissidente” è una parola, anzi forse “la parola” più usata per descrivere una posizione contro il governo, con la quale si vuole indicare una collocazione politica precisa, mirata a cambiare e spesso ad abbattere il sistema socio-politico cubano che nel luogo comune "non funziona, viola i diritti umani, sopprime la popolazione con abusi inenarrabili, detiene con violenza un ferreo controllo sulle vite e le menti dei cittadini, reprime con brutalità ogni voce fuori dal coro, ogni tentativo di denuncia delle mille contraddizioni dell’isola." Troppo facile cavarsela così. Spesso questa parola viene utilizzata con superficialità, la si utilizza monopolizzando il diritto di citazione a favore di un certo schieramento ideologico e la si usa sempre per il solo scopo di denigrare e condannare un sistema politico considerato totalitario. La si associa quindi implicitamente alla volontà di sovvertire una dittatura per instaurare una democrazia. Wikipedia la descrive così: "Il dissidente non è semplicemente colui che la pensa diversamente, bensì colui che esprime esplicitamente il suo dissenso e lo manifesta in qualche modo ai suoi concittadini e allo Stato […] Il termine è usato soprattutto riferendosi ai dissidenti politici, spesso contro regimi totalitari, anche se esiste l'accezione dissidente filosofico. I dissidenti politici usano principalmente mezzi non violenti di dissenso pubblico, incluso dar voce alle critiche verso il governo, ma i dissidenti possono anche tentare di destabilizzare il governo esiliandolo o rovesciandolo, soprattutto se dietro ad essi vi è l'acquisizione del supporto popolare." Ma oggi è ancora valida tale definizione di dissidenza? 



Credo che a Cuba essere dissidente abbia molteplici significati. 
Esiste una dissidenza pragmatica, diffusa nelle strade. Il cittadino comune non risparmia critiche ad un sistema economico che obbliga le persone a vivere “inventandosi” mille magie per sbarcare il lunario, molte di queste illegali, ma spesso tollerate dal sistema. Questa posizione critica non solo la difficoltà di affrontare con dignità una vita felice, ma denuncia il disfacimento di realtà sociali che fanno di Cuba l’eccellenza da decenni: la sanità pubblica, l’educazione pubblica, l’assistenza ai cittadini. Questa forma di dissentire è nella maggioranza dei casi silente, si trasmette per le strade, nelle case, è palpabile nell’aria, ma non viene manifestata apertamente, forse per l’abitudine al silenzio, forse per la paura di ritorsioni, forse per pigrizia, ma è reale.
Esiste una dissidenza pilotata da forze esterne, statunitensi o europee, che finanziano gruppi di persone per agire contro il sistema con lo scopo di preparare il terreno per una futura instaurazione di un “nuovo ordine democratico”, liberista, con il solo obiettivo di importare sull’isola un modello socio-economico diffuso in occidente e che in nome della democrazia mira in realtà alla conquista di terreni vergini da monopolizzare economicamente e politicamente. 
Esiste infine una dissidenza interna. Persone, soprattutto giovani universitari e intellettuali, che consapevoli dei molti errori del socialismo rivoluzionario, lo vogliono riformare, mirano a rimodernare il sistema socio-politico senza per questo rinnegare le tangibili qualità del modello socialista che resta la base sulla quale ricostruire una società equa, benestante e che possa garantire quelle garanzie sociali che hanno fatto di Cuba un esempio inequivocabile da seguire ed espandere, non da abbattere. 

Soprattutto in Europa e negli Stati Uniti è ormai evidente il fallimento delle democrazie e del sistema liberal-capitalista che quei dissidenti “pilotati” vorrebbero importare sull’isola. Il declino economico e soprattutto sociale sta trasformando il sogno occidentale nel peggior incubo che si possa immaginare. Il piano delle elite industriali e finanziarie sta soggiogando le democrazie e affermando un neo-colonialismo schiavista che sta distruggendo le libertà fondamentali dell’essere umano. Questo totalitario sistema capitalista ha svuotato il significato stesso di democrazia. Con il miraggio del finto benessere diffuso dai media controllati dalle stesse elite, spinge l’uomo ad una esistenza commerciale fatta di inutili oggetti e falsi miti per annientare la volontà di affermazione della dignità umana e della solidarietà civile. 

A Cuba le prime avvisaglie si stanno già vedendo. Soprattutto a causa delle privazioni indotte da una povertà diffusa, questi stessi miraggi iniziano ad espandersi subdolamente tra la popolazione. Il jeans firmato, l’ultimo gadget di moda, la voglia di imitare quegli atteggiamenti e abitudini massificate che impongono un valore maggiore all’apparire piuttosto che all’essere, si stanno diffondendo velocemente tra le nuove generazioni di cubani. Il pericolo maggiore è che questa tendenza porti all’apatia diffusa, al disinteressamento verso il cambiamento sociale e che spinga esclusivamente ad una chiusura individuale mirata al singolo e non alla collettività. 

Dissentire è indispensabile, è la linfa vitale di un governo moderno, che deve ascoltare le critiche del popolo e perfezionare regole e leggi per il benessere sociale dei cittadini partendo proprio dalle voci della strada. Il governo cubano ha già avviato importanti riforme che stanno concretamente cambiando il tessuto sociale dell’isola. Anche nei confronti della dissidenza molto sta cambiando velocemente. La nuova riforma migratoria ad esempio permette di uscire liberamente da Cuba. Molti dissidenti politici, Yoani Sanchez ne è l’esempio più conosciuto, stanno iniziando a viaggiare per il mondo senza alcuna restrizione né limite. Il tabù della “prigione a cielo aperto” è crollato. 
All’interno delle istituzioni forse il cambiamento di mentalità è più lento ad adattarsi ad una ineluttabile esigenza. Anziani funzionari privilegiati continuano ad ostacolare movimenti riformisti interni che spingono per una maggiore trasparenza e aspirano ad un cambiamento che diventa sempre più impellente. L’auspicio è che finalmente la volontà innovatrice possa innescare quel cambiamento che si sta palesemente mostrando nella nuova America Latina, socialista, indipendente, sovrana e libera dall’egemonia dell’imperialismo occidentale. E così per Cuba inizierà il nuovo giorno!


1 commento:

Riccardo Tonna ha detto...

Non bisogna dimenticare la dissidenza che ha pagato e sta ancora pagando con il carcere per le proprie idee.
Molte persone hanno vissuto con coerenza la loro dissidenza e sono state private della libertà.
Spero veramente nel "nuovo giorno di Cuba" dove ci sia un socialismo rinnovato dall'interno che è stato auspicato anche da una grande persona come Oswaldo Payà.