30 gennaio 2009

Musica cubana: Paulito fg, stasera in concerto a Miami, altre polemiche

Oggi Paulito fg suona a Miami, è per la seconda volta a Miami dopo il concerto del Novembre scorso, e come allora non sono mancate le polemiche.
Le accuse a Paulito allora come oggi, sono quelle di voler deliberatamente provocare i cubani in esilio a Miami, con la sua presenza in Florida. Viene criticato per le sue aperte dichiarazioni a favore di Fidel, lui che ha passaporto italiano e può entrare e uscire dal paese quando vuole.
A novembre la televisione di Miami Tele 41 non era riuscita ad intervistarlo, c'erano stati addirittura dei disordini al suo arrivo all'aeroporto. Questa volta Paulito ha concesso una intervista a Tele 41.





Durante l'intervista compare anche Manolin "el medico della salsa", altro famoso musicista cubano, anche lui esiliato a Miami da qualche anno, però con una visione alternativa rispetto alla maggioranza della comunità anti-castrista cubana di Miami, più tollerante, più mirata ad una cambiamento pacifico. Una frase di Manolin mi ha colpito in modo paricolare:
"...voi volete distruggere il comunismo, ma il comunismo si dissolve da solo, con la libertà...".
Bisogna perseguire la libertà, lottare per la libertà pacificamente, agendo attivamente per raggiungerla.
Il titolo del concerto di oggi, dove parteciperà anche Manolin, è: "Aprendo porte". Un chiaro messaggio di entrambi gli artisti, un messaggio di unione e di libertà.

Ecco tre video da Baracutey Cubano dell'intervista a Paulito e a Manolin.






29 gennaio 2009

La politica di Cuba: Raul è a Mosca, la Cuba storica

da RIA Novosti
Raul è arrivato a Mosca, oltre alla portata storica della visita, la prima dopo la crisi e l'allontanamento degli anni '90, ci sono anche altri aspetti sgnificativi. Il governo cubano è pronto a firmare un notevole numero di accordi con varie comapagnie russe, in svariati settori.

Ma c'è anche un'altro significato nelle recenti e sempre più amichevoli relazioni della Russia con Cuba. Stiamo vivendo un'era di ristrutturazioni globali.
Gli Stati Uniti forse cambiano la loro politica. Normalizzare le relazioni con Cuba può essere una cosa giusta moralmente e facile da realizzare. Ne potrebbero beneficiare entrambe le nazioni. Questo prospetto è soggetto di una seria conversazione tra Castro e Medvedev. Suppionamo che la Russia dicesse a Cuba: non diventare amica degli USA; Cuba e Russia possono fare bene senza di loro. Ma sembra ridicolo.

Guardando Cuba nel contesto della nuova politica sud-americana della Russia, ricordiamo che questa politica solleva molte domande. Perchè la Russia ha mandato navi da guerra per una visita amichevole in Venezuela (e a Cuba)?
Forse abbiamo fatto un passo in avanti nelle nostre relazioni con l'Havana perchè Cuba è storicamente un paese latino simbolo e pioniere di una politica indipendente in America Latina.

Il convoglio di navi da guerra in Venezuela può essere interpretato come una dimostrazione per Bush (non per Obama) per segnalare quello che la Russia potrebbe fare se gli USA continuano con la loro politica ostile. Basta ricordare Georgia, Ucraina, o i missili in Europa.

Quindi la domanda: che succede se Obama cambia davvero la sua politica, la Russia interromperà le relazioni con il Venezuela e Cuba?

n realtà la nuova politica di Mosca, ha le sue radici negli anni '90, quando i businessmen Russi hanno capito che era possibile fare affari con l'America Latina, che a sua volta collaborerà con la Russia. La Russia ha da tempo sviluppato rapporti economici e relazioni militari nell'intero continente, in particolare con quei paesi dichiaratamente anti-americani.

Se Obama è più intelligente di Bush, normalizzarebbe le relazioni non solo con Cuba, ma anche con il Venezuela e l'Iran, anche se i presidenti dei due paesi si sono dichiarati scettici.
E' possibile pensare che mentre Washington si prepara per questo, la Russia e molti altri paesi useranno questo ritardo per concludere nuovi accordi economici con Paesi che guadagneranno validità nella nuova era. Ma una politica basata sullo sfruttamento degli errori e dei ritardi può risultare debole.
E se non ci saranno errori? E se gli USA risultassero essere un partner, anche se difficile, affidabile nel nuovo mondo?

Fuggire da Cuba: la storia di Cacì

di Niki (mario serio)
La historia de Cacì
una storia vera

Cacì era appena un ragazzino, ma già da piccolissimo aveva qualcosa di strano di diverso, sarà stato il lampo dei suoi occhi o quel fisichetto esile e robusto al tempo stesso, quel portamento reale ed una camminata che pareva danzare sui marciapiedi che lo distinguevano dai compagni della sua età.

Alle primarie già la camicetta rossa e i saltafosso gli stavano un po stretti, come le scarpe, che puntualmente alle 4 l’ora di uscita dimenticava insieme alla divisa.

Lo vedevi uscire di casa allora come una saetta, scalzo ed in canottiera, brandendo un bastone, la sua mazza da basebal, per arrivare all’angolo della 19 e la 21, lo slargo dove i principali giovani capitani componevano le squadre e davano inizio ai tornei che si prolungavano anche fino a notte inoltrata.

A volte, quando radio bemba (radio labbra) dava la notizia, perché sia chiaro anche tra i ragazzini funziona bene l’informazione di radio bemba (il passaparola), che nei giardini dell’universita c’era Ulito con il suo pallone da football vero, si rinunciava al torneo e si andava tutti là, a sei isolati di distanza risalendo la rampa per saltare la balconata dell’università e vedere quello spettacolo di palla. A lui, poi, dava in infinito piacere sentire a piedi scalzi la dolce ruvidezza del cuoio usato, ed anche quando lo percuoteva con il suo potente destro, dava piacere il piccolo dolore del colpo.

Passava il tempo nella sonnacchiosa Avana e venne anche il tempo di cambiar divisa e di mettere quotidianamente il fazzoletto al collo. La cosa non lo turbò più di tanto, aspettava sempre l’ora di andare a cambiarsi e mettersi in libertà, per così dire. Sembrava accettare passivamente i campi di istruzione in campagna, le gite a vedere le fabbriche di zucchero, le marcette stile pionieri elle armi, sapeva che non poteva ancora farci niente e che doveva restar in divisa almeno fino al preuniversitario quando poteva anche decidere di lasciare quella inutile scuola.

Gli anni scorrevano lenti come l’Almandres scorre tra il Vedado e Miramar, lento quasi immobile, ma inesorabile.

Arrivarono gli anni 90 con tutte gli sconvolgimenti che si possono immaginare, ma che in quella terra cambiarono le abitudini di tutti, senza eccezione alcuna.

In quel periodo gli successe che suo zio Pacco un primo pomeriggio di un sabato qualsiasi lo andò a prendere dicendogli di vestirsi come per una festa. Alla hall del bar del hotel Colina era di turno Froi un suo amico d’infanzia e gli permetteva di restare li a guardare la tv satellitare. Con la scusa di una birra per lui e di una malta per Cacì si sedettero ad osservare lo spettacolo più bello del mondo, a detta del giovane Cacì, la finale della coppa delle coppe dal vivo in diretta dalla Germania.

La Germania, è dove sarà mai la Germania. La sua fulgida intelligenza subito escluse gli stati uniti, troppi pochi gli uomini di colore sia in campo che sugli spalti, dedusse che si doveva per forza trattare dell’Europa, patria incontrastata del calcio.
Fù un pomeriggio indimenticabile, l’unica birra e l’unica malta finirono insieme al secondo tempo.

Ma gli rimase per sempre quella sensazione di gran festa e di gente esultante e rumorosa.

In quegli anni accadevano fatti strani, la mattina non si faceva più colazione con il latte, ed anche le frittate erano più rare, per non parlare del maiale o del suo amatissimo pollo alla criolla. Erano, come diceva il nonno “desaparesidos como tio Andrè”, spariti come lo zia Andrè, che per lui rimaneva sempre un mistero la sua sparizione ma non andava tanto a chiedere in giro, abituato com’era a far poche domande ed in fondo anche forgiato dall’assenza di un padre che non aveva mai conosciuto.

Accadevano cose strane, come dicevo, come quella domenica che si stava sbracati sul malecon dalle parti del Mellia quando da lontano videro arrivare due lance a velocità folle. Arrivarono vicino agli scogli del frangiflutti e gridando a squarciagola invitavano che volesse a salire, in fretta e gratis a saltare dall’altra parte dell’universo....

E si vedevano giovani e meno giovani d’un tratto buttarsi in acqua e senza ripensarci due volte abbandonare una vita per un’altra, lasciare tutti gli affetti per un salto nel vuoto, vide due ragazzi baciarsi per un tempo infinito prima che lui si tuffasse salisse sulla lancia e sparisse per una strada senza ritorno, con la possibilità di non incontrarsi più per tutta la vita,.

Ma erano cose strane.. cose da “periodo especial”.

Ma lo fecero pensare, già così piccolo, all’idea della fuga. E’ come qualcosa di genetico, qualcosa che sai di avere e non trovi, una sensazione sotto pelle che finalmente capisci e realizzi, e grazie a quei tanti stimoli concludi : La fuga..

Erano giorni in cui dei pazzi ragazzi dirottarono la lancia che fa la spola da traghetto tra i due bracci del porto. La gente all’inizio del malecon che si accorse del furto quasi faceva il tifo per i quattro spregiudicati, sperando che la guardia costiera non li beccasse... macchè, a 4 miglia erano già belli che intrappolati e per loro furono guai seri, anzi fatali, gli ultimi giustiziati ufficiali in terra cubana.

Radio bemba continuava insistente su quelli che riuscivano nell’impresa e su quelli che finivano tra gli squali, anche di quelli traditi spudoratamente. C’erano in giro dei figuri che promettevano previo pagamento di molti pesos il passaggio in una grande barca per l’agogniata Miami. Questi radunavano un certo numero di persone, 35 40, su una spiaggia all’estremita ovest della città, dove c’era una casa affittata per fare delle feste. Lì quelle persone si radunanao ed aspettavano il segnale per tuffarsi in mare ed arrivare all’imbarcazione che li aspettava, ma il più delle volte, pagata la caparra quello che arrivava era la polizia, già pratica del luogo, che non dava scampo a nessuno.

Erano cose che succedevano e non turbavano più di tanto la popolazione, a meno che non c’era un parente o un amico di mezzo.

In Cacì stava prendendo forma un’idea di cui aveva prima solo i lineamenti esterni, ma che si stava concretizzando e caratterizzando in modo preciso.

Si stava stancando dei pomeriggi a giocare, era diventato sfiancante con quel poco di alimentazione giocare a basebol, e star senza far niente non era proprio quello che un ragazzo si aspetta dalla vita.

Doveva andare via.

La prima volta, con quattro compagni fidati costruì una balsa (zattera) tipica, fatta con sei camere d’aria di camion legate insieme e sopra un piano di un vecchio tavolino per sedersi a remare e per le povere scorte.

La realizzarono in uno stabile abbandonato in poco meno di un’ora la sera stessa della partenza. Di fronte c’era il malecon dalle parti dell’hotel Riviera, che non è proprio un ottimo posto per andare via indisturbati, tra l’altro l’insenatura che stà lì davanti è illuminata dall’1860, il locale notturno all’aperto proprio sulla baia.

Alle 4 di mattina come prestabilito si ritrovarono lì e con un balzo felino, tutti e quattro si incollarono l’imbarcazione la buttarono dal parapetto e si tuffarono. Presero a remare con gran foga per cercare di allontanarsi il più possibile dalla costa prima che arrivasse l’alba.

La cosa andò per il verso giusto, si ritrovarono in alto mare, pagaiando verso una direzione che al loro naso pareva buona, ma l’inesperienza di solito si paga e qui non fù diverso. Non si informarono minimamente delle condizione meteo, tantè che all’ingresso del golfo del messico, a poche miglia dalla costa furono sorpresi da una tempesta che scendeva da nord e che rapidamente e senza altra possibilità li ricondusse verso le coste cubane. Approdarono tra l’Avana e Pinar del rio e fu difficile e pericoloso il ritorno in città dopo appena tre giorni di fuga.

Ma al pensiero “la prossima volta andrà meglio” rientrarono nelle loro case distrutti tra il dispiacere per la mancata riuscita e la felicità di rivederli in vita dei parenti:

La seconda volta era progettata per la settimana successiva al casino del Mariel, quando dopo scontri in città il capo di stato decise di aprire un porta al mare a chi voleva andarsene con la promessa di non rincorrerli o ostacolarli. Lui fù furbo in questo caso esportando con questo sistema gran parte della popolazione carceraria e manicomiale, ma qualche sano riuscì ad approfittarne e radio bemba sembrava impazzita a comunicare tutte le novita sulle fughe, quelle riuscite e quelle no.

Arrivò di nuovo il loro giorno. Il mezzo era lo stesso con qualche miglioria, un briciolo di esperienza in più e l’accortezza di salpare da un posto più nascosto, la fine di Miramar, dove i grandi alberghi coprivano la visuale al mare e c’erano tende di pescatori dove si poteva assemblare l’imbarcazione.

Questa volta partirono con meno foga e più ritmo, dovettero remare molto prima dell’arrivo del sole e la sera dopo all’imbrunire approdarono in una terra sconosciuta festeggiando con un po’ di anticipo di troppo. Quello non potevano essere gli stati uniti, non c’era niente, neanche l’ombra di un uomo, un porto una casa. Avevano sbagliato di nuovo. Ripartirono indecisi sulla rotta da seguire ed a caso scelsero ed il caso, appunto gli fece un brutto scherzo. Sbagliarono direzione, tornarono indietro verso le coste lasciate il giorno prima, che roba, che guaio, ed ormai con le prime colline di Pinar in vista sulla propria dritta e così stremati che cosa potevano più fare se non rientrare quatti quatti ancora una volta nelle loro case. Ma quello che videro gli rimase nella memoria. Teste di uomini galleggiavano come palloni dondolando, senza il corpo sotto che gli poteva fare da contrappeso, divorato dai pescicane. Gruppi di teste di uomini e di donne sciamavano nell’acqua calma come in processione, spinte dalla leggera corrente del golfo. Di loro era rimasta una storia precedente e quella testa galleggiante. Che spettacolo.

Un pò si aquietarono. Per qualche anno non se ne parlo più, c’era da smaltire quella paura ed aspettare magari qualche occasione inaspettata che tardava a venire. Intanto si sentiva da radio bemba le ultime prtenze, gli ultimi arresti, le nuove proposte.

Un giorno, per caso, Cacì incontro un suo vecchio zio, fratellastro del suo sconosciuto padre che gli confessò che lui era un calafatore e sapeva costruire barche di legno, anche grandi, gli bastava un luogo sicuro e il materiale che necessitava. Proponeva una grande barca a remi, piuttosto bassa per non dare nell’occhio ma molto affusolata per essere abbastanza veloce, e se fossero riusciti a trovare un motore aveva anche l’opzione di fargli un aggancio in poppa ad hoc.

Non fece in tempo a finire il ragionamento che Cacì già era partito alla ricerca degli amici e del materiale.

Due settimane dopo, lavorando quasi sotto casa, il lavoro era compiuto, il motore trovato, i ragazzi pronti. Mancava un ultimo dettaglio, come trasportare l’imbarcazione fino ad un punto tranquillo per salpare, e adesso con una barca vera non si poteva più giocherellare tra malecon e marina Heminguey, ci voleva un posto lontano e possibilmente senza tanto controllo. Scelsero la spiaggia prima di Guanabo e il trasporto lo faceva Felipe in cambio di 1000 pesos, bella cifra ma si rischiava la galera, il rischio c’era.

Ando tutto alla perfezione, incrociarono per strada la ronda dei guarda costa, cosa che gli regalava almeno una mezz’oretta di tranquillità, il tempo giusto. Il camion arrivò quasi fino al mare anche se la strada era a due passi. Dovevano fare in fretta, in queste condizioni anche un vecchietto o un ragazzino diventano militanti del partito e non esitano a far suonare le trombe.

Ando tutto bene anche meglio del previsto, il motore revisionato si accese quasi subito e si allontanarono, stavolta muniti di bussola e ben addestrati dal vecchio marinaio che gli aveva costruito la barca e suggerito il giorno preciso, quando avrebbero trovato un buon mare e la corrente favorevole.

Era il lontano 1995.

Cacì gode di ottima salute, ha una famiglia in florida, lavora e guadagna bene, vive anche qualche lusso di tipo americano, ma tutte le sere immancabilmente si siede sul dondolo stile cubano che ha sulla veranda e guarda in lontananza, verso il mare, in direzione della sua patria perduta.

Oggi giorno, grazie ad una modifica della legge può tornare a casa sua a Cuba, solo da turista però e solo per due mesi, e senza che, finalmente, nessuno più oserà dirgli “gusano”.

28 gennaio 2009

La politica di Cuba: c'è chi chiede a Obama di non incontrare Raul (?)

Ecco un estratto da una lettera di Enrique Santos & Joe Ferrero al presidente Obama, con la quale chiedono al presidente degli USA di non incontrarsi con Raul fino a quando non saranno liberati i prigionieri politici e di coscienza a Cuba.
Sono indubbie le richieste che avanzano a Obama, ma allo stesso temppo continuo a chiedermi: l'incontro non potrebbe essere proprio l'occasione per liberare incodizionatamente i dissidenti in prigione a Cuba? Però basta con queste intransigenze! Che pensano che Raul, Fidel, tutta la nomenclatura cubana improvvisamente rinneghino le loro azioni? Solo con una mediazione si può ottenere qualcosa.
Agire in modo duro, avanzare riciheste impossibili mi fa pensare di più a chi cerca l'ultima scusa per non volere che le cose cambino veramente...

[...] Nei mesi e nelle settimane precedenti alla sua elezione lei ha dichiarato che è disposto a riunirsi con Raul Castro e pemettere "visite famigliari e rimesse illimitate all'isola" [...]
Basta con l'affermare che la politica del passato è servita solo per separare le famiglie cubane. [...] Per questo le chiediamo di fare qualcosa che nessuno dei suoi predecessori è riuscito a fare, ottenere la liberazione incondizionata di tutti i prigionieri politici detenuti a Cuba, e che Cuba permetta l'entrata nel paese di gruppi internazionali di Diritti Umani per poter monitorare le azioni politiche sul territorio cubano.

In nome de "Le dame di bianco", mogli e altri parenti di dissidenti e giornalisti indipendenti incarcerati, di tutte le famglie -incluso i nostri genitori e nonni deportati dal loro paese, dalla loro libertà e dalle loro vite- così come in nome delle innumerevoli persone morte cercando di scappare da Cuba con la speranza di trovare la libertà che questo paese offre., o che sono morte vittime del regime dei Castro [...] noi le chiediamo e imploriamo il suo aiuto. [...] noi le chiediamo che non si incontri con Raul Castro nè con nessun altro dirigente cubano, a meno che Cuba acconsenta, come una condizione necessaria, a liberare tutti i prigionieri politici e a permettere che gruppi internazionali indipendenti di Diritti Umani entrino a Cuba per monitorare le azioni politiche sull'isola che tutti amiamo.

Riflessioni su Cuba: un "yuma" all'Havana

Da qualche settimana ho conosciuto in rete una persona molto simpatica Niki (mario serio), che guida un forum sul sito Turisti per Caso. Innamorato e legato a Cuba come me, ci siamo scambiati diverse mail, oggi mi ha mandato questo suo scritto che illustra con emozione il primo impatto di uno "straniero" che arriva all'Havana, e che si innamora dell'Isla Grande.

Come spiegare il mio amore per L'Avana

La prima sensazione arrivando senza il pesante scafandro del turista, che tutto addolcisce e tiene a debita distanza è la paura.
La paura di una città maestosa e misteriosa dove l'affollamento si divide tra la staticità più immobile e l'affannoso rincorrersi.
La confusione di un idioma sconosciuto
La diffidenza che porta ad aver paura della gente che ti guarda fisso e ti fotografa con gli occhi e a grande distanza già scopre la tua provenienza senza arrivare a vedere i tuoi tratti somatici, solo attraverso il deambulare o la postura.
Superato questo terribile primo impatto che quasi ti costringe a tornare nei giardini recintati proprio a te dedicati, ti fai un pò avanti, ti fai un pò audace.
Personalmente, per scoprire una nuova città preferisco partire dal basso, dai locali più infimi, dai posti meno raccomandabili, dalle stradine più oscure.
E poi d'incanto, il ragazzo di colore dalle fattezze del lottatore greco e dalla faccia segnata dal macete ti propone lo scambio del braccialetto di plastica del medesimo colore chiedendoti il significato delle parole incise sul tuo, dal tavolo di un uomo dal grande sigaro e dall'aspetto del boss malavitoso annoiato arriva un bicchierino di rum, forse a premiare l'audacia dello straniero arrivato fin lì.
Ed appena fuori un'altro ti avverte del tuo marsupio aperto e ti raccomanda di starci attento.
(sono stato derubato anch'io perchè chi sopravvive rubando non ha nazione e non guarda l'altrui nazionalità)
Ed ancora camminando un altro quasi ti salva dal precipitare in una classica buca del marciapiede...
Fino ad arrivare ad aiutare una vecchina che ti chiede una mano per attraversare una trafficatissima strada e dopo aver compreso con difficoltà la richiesta, prenderla per mano e fermando le auto portarla sull'altro lato della strada ricevendo il bacio più dolce del mondo.
Per finire a camminare finalmente sciolto in quel fiume umano, a dribblare buche sui marciapiedi, a farti ustionare l'anima reggendo gli sguardi delle donne anche anziane, a vivere l'angoscia e la speranza, l'insoddisfazione e la sommessa ribellione, la noia e l'allegria, il caldo e le tempeste quasi fossi anche tu un cittadino.
E ti trovi il tuo santo personale il tuo orisha, a cui offri le cose che ti piacciono di più, qualche sigaretta una lattina di birra, e che spolveri la mattina prima di uscire per strada.
E ti dicono che i tuoi nonni vivevano pressappoco così nel tuo pese, ma io lo posso vedere solo qui, seduto su questa piazza, con alle spalle l'enorme statua di ferro di Don Chisciotte e del suo fido Ronzinante, fumando Popular, e a volte, offrendo Bucanero allo sconosciuto passante.

E soprattutto ti accorgi che la parte più bella di te la lasci sempre lì, dall'altra parte dell'enorme mare....

Dissidenti a Cuba: l'altro lato di Guantanamo

da CADAL (Centro Apertura y Desarollo America Latina)
E' certa la decisione del fiammante Barack Obama, di risolvere la chiusura del carce ubicato nella base navale USA di Guantanamo e sospendere i processi in corso. Questo si deve alla mancanza di garanzie per pocessi equi e per la vulnerabilità del principio di presunta innocenza per i detenuti della base sospettati di terrorismo, per i quali la condanna fu generalizzata.

Però è chiaro molti critici della base di Guantanamo erano spinti più da un'anti-americanismo che dalla difesa di Diritti Umani. Il fatto è che dentro il territorio cubano si violano sistematicamente i Diritti Umani e si condannano a pene lunghissime persone innocenti accusate di delitti che in qualunque paese civilizzato sono Diritti basici.

Invece, la comunità internazionale non reaziona di fronte a queste violazioni di Diritti Umani così come ha fatto invece di fronte agli abusi commessi dall'amministrazione Bush attaccata anche da prestigiose organizzazioni all'interno del suo stesso paese.

Così una dittatura a partito unico risulta più rispettata di una democrazia con uno Stato di Diritto, la quale mette in dubbio oggi, il rispetto dei Diritti Umani nella prigione della base come molti critici avevano denunciato.

Ad esempio, quanti sono a conoscenza dell'esistenza della prigione castrista di Guantanamo? Lì fu incarcerato il giornalista indipendente Jorge Olivera Castillo, condannato dopo un giudizio sommario durante l'ondata repressiva del 2003 e uno dei pochi liberato il 6 Dicembre 2004 per gravi problemi di salute.
Il padre di Olivera Castillo era comunista e fu imprigionato per 10 anni a partire dal 1968 perchè considerato "pro-sovietico" dalla rivoluzione. Ha raccontato dettagliatamente le condizioni nella ignorata prigione di Guantanamo in una intervista concessa al quotidiano "El Mundo":

"Il sovraffollamento di prigionieri nel carcere di Guantanamo fu la prima amarezza che sperimentai. Vivevevamo in 18 in una cella e la maggior parte dei detenuti erano persone condannate per omicidio e altri delitti gravi. C'era un solo servizio sanitario, un buco nel pavimento, di fianco al dormitorio. La piaga delle zanzare era così grande che mi obbligava a rifugiarmi nel letto, sotto la zanzariera, dalla sera fino a quando arrivava la colazione, alle 6 di mattina. Una specie di cereali e un pezzo di pane. L'acqua da bere era fangosa. Ho sofferto due volte di "amebiasi", che ha aggravato la malattia di irritatezza del colon di cui già soffrivo. Il pranzo era costituito da riso o farina di mais, fagioli neri addensati con farina di pane, eufisticamente chiama "pasta alimenticia". Era una pasta di farina mischiata con qualcosa di sconosicuto che a volte era putrefatto, aveva un odore terribile. Due venerdì al mese ci davano il piatto forte, pollo bollito."
La prigione di Guantanamo è a più di 900 km. dall'Havana, luogo di residenza di Olivera Castillo. Un ulteriore castigo per la sua famiglia, visto la scarsità dei trasporti inter-provinciali che esiste nel paese e lo sforzo economico che richiede.

Olivera ricordava anche che "Dopo 8 mesi di isolamento, ho passato due mesi con prigionieri comuni. Vivevo legato a persone con gravi problemi psichici e persone potenzialmente pericolose. era una realtà molto ostile. C'era traffico di droga, soprattutto pastiglie. Mi sembrava di vivere un film dell'orrore."

Questo film dell'orrore continuano a viverlo più di 200 detenuti politici e di coscienza a Cuba per i quali la comunità democratica non reclama con la stessa enfasi con la quale lo ha fatto contro la base navale di Guantanamo.

E' vero che gli Stati Uniti dell'era Bush avevano perso l'autorità morale per denunciare le violazioni dei Dirittti Umani in altri paesi del mondo. E' altrettanto vero però che la maggior parte della comunità internazionale, tra cui molte democrazie, non denunciano le violazioni di Diritti Umani che commette la dittatura cubana, dimostrando così la stessa carenza di autorità morale.

Gabriel C. Salvia Presidente del Centro per l' Apertura e lo Sviluppo dell' América Latina (CADAL).

27 gennaio 2009

Vivere a Cuba: e noi, siamo vivi?

da sinEVAsion illustrazione “Y la noche que se acumula”, opera del pittore cubano A. Montoto
Dal 31 Luglio 2008 Fidel Castro è morto varie volte e in vari modi. Alla radice del suo proclama, con il quale passava il potere a un governo "collegiale" tra alcuni dei suoi adepti, comandati da suo fratello minore, la gente ha iniziato a capire che il leader era, in effetti, un tipo mortale come chiunque altro.
Il "nuovo governo", da parte sua, in evidente congiura con l'"Anzianismo", ha ordito una trama teatrale per mantere nella popolazione la convinzione che lui sarà semrpre pronto a guidarci con la sua sapienza nel governarci ogni volta che noi invochiamo il suo aiuto, lasciando così i suoi successori impotenti nel prendere delle decisioni.


Così in questi due anni e mezzo il signore della guerra è esistito solamente nei mezzi di comunicazione e nelle testimonianze di quelle personalità straniere che, in vista sull'isola, hanno dichiarato di aver conversato con lui.
Dal suo ritiro obbligato, alcune scarse foto e una presentazione video che hanno trasmesso in tv, sono state considerate come le prove che Castro "vive", questo senza contare le "Riflessioni", ricorso quasi infantile per prolungare la sua presenza di effige invisibile, al di là dei limiti di ogni ragionamento logico.

Queste morti intermittenti e "apparizioni", invece hanno portato come conseguenza la più assoluta indifferenza popolare verso l'imbattuto e onnipresente comandante. La "notizia" del falso morto correva però nessuno ne parlava, nè in bene nè in male.
La più chiara delle conclusioni che ha percepito la gente è che sia con lui che senza di lui le cose sono uguali a prima: la stessa povertà, stassa mancanza di libertà, senza speranza.
Le aspettative iniziali che risvegliavano il "Proclama", la ulteriore successione di Raul Castro come presidente e le false promesse di cambio che faceva, hanno lasciato il passo alla più completa abulia. La macanza di fede e di fiducia nei governanti è oggi generalizzata nella società cubana e non sembra che ci sia nulla che possa cambiarla.. nemmeno la supposta morte definitiva del tante volte finito-resuscitato.

Questa ultima volta - chiamiamola la "penultima morte" - è venuta a confermare che F. Castro non soltanto vive esclusivamente nei mezzi di diffusione, ma che muore anche lì. La stampa straniera, i cubanologi, gli analisti hanno passato il mese di Gennaio facendo la cabala alla ricerca del minimo segno di decesso, sino a quando non è comparsa la principessa del racconto, sotto la forma della sposa di Nestor Kirchner, e ha resuscitato lo zombie. Cose della stampa.

Per quanto mi riguarda l'eventuale morte del signore della guerra, non sarebbe che il finale di un "qualcosa" e l'inizio di qualcos'altro. E' un peccato che per questo principio i cubani debbano aspettare il vero decesso: altro risultato di mezzo secolo di dittatura e di più di due secoli di irresponsabilità storica di tutti.

Perchè precisamente affinchè sia "altro" il destino dei cubani dobbiamo scommetterci sin da oggi, se non vogliamo aspettare altri 50 ani in ballia dei capricci di qualcuno. Nessuno sembra capire che nel contesto cubano attuale, in relatà la cosa più importante non è se Fidel è morto o no; ma piuttosto se noi siamo realmente vivi.

La politica di Cuba: domani Raul è a Mosca

da El Nuevo Herald.com
Domani, Raul Castro inizierà la sua visita in Russia, vecchio alleato di tante battaglie "fredde". Dopo 23 anni dall'ultima visita di Fidel.
Questo è il 3° viaggio di Raul da quando è Presidente, dopo quelli in Venezuela e in Brasile dello scorso Dicembre.

Classificato come "storico" da entrambi i governi, lo scopo del viaggio di Raul è quello di ricostruire i legami con Mosca, dopo l'allontanamento dovuto alla caduta del muro nel 1991, e conferma l'interesse della Russia nel voler rafforzare le relazioni con l'America Latina.

La visita di Raul risponde all'invito fatto dal presidente russo Medvedev durante la sua visita dello scorso Novembre. Durante quella visita il presidente russo ha incontrato brevemente Fidel Castro che affermò "la pausa è stata superata", riferendosi alla rottura delle relazioni dovuto alla caduta dell'URSS.

Nel viaggio verranno perfezionati una decina di accordi, tra i quali quello tra la compagnia cubana Cubapetroleo e il consorzio nazionale petrolio creato dalla Russia per l'esplorazione di giacimenti di idrocarburi in America Latina. La collaborazione includerà ricerca, estrazione, raffinazione, trasporto e commercializzazione.

Anche il consorzio di miniere russo Norilsk, il maggiore produttore mondiale di nichel, ha sottoscritto un accordo con Cubaniquel per il finanziamento di studi geologici.

La collaborazione tecnico militare tra Cuba e Russia proseguirà sotto le norme internazionali. La settimana scorsa dopo 17 anni, un distaccamento navale russo ha approdato all'Havana, marcando così la cooperazione militare.

Sempre la scorsa settimana si sono stipulati accordi tra il Centro di Ingegneria Genetica e Biotecnologica di Cuba e imprese farmaceutiche russe, così come nell'informatica e comunicazioni.

Il governo russo ha concesso un credito di 20 milioni di dollari per l'acquisto di forniture russe. Il vice presidente del Consiglio dei Ministri di Cuba, Ricardo Cabrisas, sottolinea che si prospetta la via di una stretta collaborazione, a partire da associazioni economiche e imprese miste.

La Russia non segue il modello sociale comunista cubano, però i suoi vincoli economici sono importanti, oggi è il suo decimo socio commerciale, con un interscambio di 400 milioni di dollari all'anno.

Vivere a Cuba: la rivoluzione "che spinge"?

da Octavo cerco
Credo che i manifesti e i cartelloni poltici hanno sorpassato da tempo la linea dell'assurdo semantico. Però questo ultimo aggettivo "pujante", "che spinge" mi ha lasciato con la bocca aperta.

La prima volta che ho visto una di queste bandiere (adesso ne hanno messe su tutta la calle 23) e ho letto "che spinge" mi sono immaginata una donna che sta partorendo con un dolore tremendo e da allora ogni volta che leggo questa parolina non posso togliermi questa idea dalla testa.

E' ancora peggio quando leggo la frase completa "La Rivoluzione che spinge". Non riesco nemmeno a cercare di spiegare la sgradevole immagine che si forma nel mio cervello, dove non è una donna quella che partorisce, ma tutta una Cuba povera sudata che spinge incessantemente per partorire questa enorme rivoluzione che non riesce ad uscire dal suo ventre una volte per tutte.

Mi domando chi sono quelli che stanno facendo questi cartelli, quanto li stanno pagando. A volte arrivo a credere che lo fanno deliberatamente, che le mostruose metafore vogliano farci leggere tra le righe, in modo da farci sorridere dentro perchè sappiamo che loro, i disegnatori e i pubblicitari della "spingente" (da ora la chiamerò così), stanno solamente facendo il loro lavoro perchè è questo quello che dà loro i fagioli.

Riflessioni su Cuba: Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

Nel mio ultimo post parlavo della disponibilità da parte del governo di Raul ad essere esaminato dal Consiglio dei Diritti Umani. Di seguito la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, tanto per ricorda(rgli)re di che stiamo parlando.

Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato e proclamato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è riportato di seguito. Dopo questa solenne deliberazione, l'Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell'Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioé cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

Preambolo

Considerando che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti eguali e inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della pace e della giustizia nel mondo;

Considerando che il non riconoscimento e il disprezzo dei diritti dell'uomo hanno condotto ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani saranno liberi di parlare e di credere, liberati dal terrore e dalla miseria, è stato proclamato come l'aspirazione più alta dell'uomo;

Considerando che i diritti dell'uomo siano protetti da un regime di diritto per cui l'uomo non sia mai costretto, in supremo ricorso, alla rivolta contro la tirannia e l'oppressione;

Considerando che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerando che nella Carta dei popoli le Nazioni Unite hanno proclamato di nuovo la loro fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne, e che si sono dichiarati decisi a favorire il progresso sociale e a instaurare le migliori condizioni di vita nella libertà più grande;

Considerando che gli Stati-Membri si sono impegnati ad assicurare, in cooperazione con l'Organizzazione delle Nazioni Unite, il rispetto universale ed effettivo dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;

Considerando che una concezione comune di questi diritti di libertà è della massima importanza per assolvere pienamente a tale impegno;

L'Assemblea generale proclama la presente Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo come l'ideale comune da raggiungere da tutti i popoli e da tutte le nazioni affinché tutti gli individui e tutti gli organi della società, tenendo sempre presente allo spirito tale dichiarazione, si sforzino, attraverso l'insegnamento e l'educazione, di sviluppare il rispetto di tali diritti e libertà e di assicurarne, attraverso misure progressive di ordine nazionale e internazionale, il riconoscimento e la applicazione universale ed effettiva, sia fra le popolazioni degli Stati-Membri stessi, sia fra quelle dei territori riposti sotto la loro giurisdizione.

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire in uno spirito di fraternità vicendevole.

Articolo 2
Ognuno può valersi di tutti i diritti e di tutte le libertà proclamate nella presente dichiarazione, senza alcuna distinzione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, d'opinione politica e di qualsiasi altra opinione, d'origine nazionale o sociale, che derivi da fortuna, nascita o da qualsiasi altra situazione. Inoltre non si farà alcuna distinzione basata sullo statuto politico, amministrativo o internazionale del paese o del territorio a cui una persona appartiene, sia detto territorio indipendente, sotto tutela o non autonomo, o subisca qualunque altra limitazione di sovranità.

Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della sua persona.

Articolo 4
Nessuno potrà essere tenuto in schiavitù né in servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi sono proibiti in tutte le loro forme.

Articolo 5
Nessuno sarà sottoposto a tortura né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6
Ognuno ha diritto al riconoscimento della propria personalità giuridica, in ogni luogo.

Articolo 7
Tutti sono uguali di fronte alla legge ed hanno diritto - senza distinzione - ad un'eguale protezione contro qualsiasi provocazione ad una simile discriminazione.

Articolo 8
Ogni persona ha diritto ad un ricorso effettivo davanti alle competenti giurisdizioni nazionali contro atti che violano i diritti fondamentali riconosciutile dalla Costituzione o dalla legge.

Articolo 9
Nessuno può arbitrariamente essere arrestato, detenuto né esiliato.

Articolo 10
Ogni persona ha diritto - in piena eguaglianza - a che la sua causa sia ascoltata equamente e pubblicamente da un tribunale indipendente e imparziale, che deciderà sia dei suoi diritti e dei suoi obblighi, sia del fondamento di qualunque accusa in materia penale, rivolta contro di essa.

Articolo 11
1) Ogni persona accusata di un reato è presunta innocente fino a che la sua colpevolezza sia stata legalmente stabilita nel corso di un processo pubblico, in cui tutte le garanzie necessarie alla sua difesa le siano state assicurate;

2) Nessuno verrà condannato per azioni o omissioni, che al momento in cui sono state commesse non costituiscono reato in base al diritto nazionale o internazionale. Parimenti non sarà inflitta alcuna pena più forte di quella che era praticata al momento in cui il reato è stato commesso.

Articolo 12
Nessuno sarà oggetto di ingerenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, né di lesioni al suo onore ed alla sua reputazione. Ogni persona ha diritto alla protezione della legge contro simili ingerenze e lesioni.

Articolo 13
1) Ogni persona ha diritto di circolare liberamente e di scegliere la propria residenza entro i confini di uno Stato; 2) Ogni persona ha diritto di abbandonare qualsiasi paese, compreso il proprio, e di rientrare nel proprio paese.

Articolo 14

1) Di fronte alla persecuzione ogni persona ha diritto di cercare asilo e di beneficiare dell'esilio in altri paesi;

2) Tale diritto non si può invocare in caso di persecuzione realmente fondata su un reato di diritto comune o su azioni contrarie ai principii e agli scopi delle Nazioni Unite.

Articolo 15
1) Ogni individuo ha diritto ad una nazionalità;

2) Nessuno può arbitrariamente venir privato né della propria nazionalità né del diritto di cambiare nazionalità.

Articolo 16
1) Raggiunta l'età nubile, l'uomo e la donna, senza restrizione di sorta per ciò che riguarda la razza, la nazionalità o la religione, hanno diritto di sposarsi e di fondare una famiglia. Hanno pari diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e al momento del suo scioglimento;

2) Il matrimonio non si può concludere che con il pieno e libero consenso dei futuri sposi;

3) La famiglia è l'elemento naturale e fondamentale della società e ha diritto alla protezione della società e dello Stato.

Articolo 17
1) Ogni persona, tanto sola quanto in collettività, ha diritto alla proprietà; 2) Nessuno può arbitrariamente esser privato della sua proprietà.

Articolo 18
Ogni persona ha diritto alla libertà di cambiare religione, come pure di manifestare la propria religione o convinzione sola o in comune, in pubblico o in privato, con l'insegnamento, le pratiche, il culto e la celebrazione dei riti.

Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà d'opinione e d'espressione, il che implica il diritto di non venir disturbato a causa delle proprie opinioni e quello di cercare, ricevere e diffondere con qualunque mezzo di espressione, senza considerazione di frontiere, le informazioni e le idee.

Articolo 20
1) Ogni persona ha il diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica; 2) Nessuno può essere costretto a far parte di una associazione.

Articolo 21
1) Ogni persona ha diritto di partecipare alla direzione degli affari pubblici del suo paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente eletti; 2) Ogni persona ha diritto ad accedere, in condizioni di uguaglianza, alle cariche pubbliche del proprio paese; 3) La volontà del popolo è il fondamento dell'autorità dei poteri pubblici; questa volontà dev'essere espressa con elezioni serie, che devono aver luogo periodicamente, a suffragio universale uguale e con voto segreto o seguendo una procedura equivalente, che garantisca la libertà del voto.

Articolo 22
Ogni persona, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale; ha la facoltà di ottenere soddisfazioni dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità e al libero sviluppo della sua personalità, grazie allo sforzo nazionale ed alla cooperazione internazionale, tenuto conto dell'organizzazione e delle risorse dei singoli paesi.

Articolo 23
1) Ogni persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta del suo lavoro, a condizioni eque e soddisfacenti di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione;

2) Tutti hanno diritto, senza discriminazione, ad un salario uguale per lavoro uguale;

3) Chi lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente, che assicuri a lui ed alla sua famiglia un'esistenza conforme alla dignità umana e integrata, se opportuno, da ogni altro mezzo di protezione sociale;

4) Ogni persona ha diritto di fondare con altri dei sindacati e affiliarsi a dei sindacati per la difesa dei suoi interessi.

Articolo 24
Ogni persona ha diritto al riposo e allo svago, in particolare ad una ragionevole limitazione della durata del lavoro ed a vacanze periodiche pagate.

Articolo 25
1) Ogni persona ha diritto ad un livello di vita sufficiente ad assicurare la salute e il benessere suo e della sua famiglia, specialmente per quanto concerne l'alimentazione, l'abbigliamento, l'alloggio, le cure mediche e i servizi sociali necessari; ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, di malattia, d'invalidità, di vedovanza, o negli altri casi di perdita dei propri mezzi di sussistenza in seguito a circostanze indipendenti dalla sua volontà;

2) La maternità e l'infanzia hanno diritto ad un aiuto e ad un'assistenza speciali.Tutti i bambini, nati sia nel matrimonio sia fuori del matrimonio, godono della medesima protezione sociale.

Articolo 26
1) Ogni persona ha diritto alla educazione. Essa dev'essere gratuita, almeno per quanto riguarda l'insegnamento elementare e fondamentale. L'insegnamento elementare è obbligatorio. L'insegnamento tecnico e professionale deve essere diffuso. L'accesso agli studi superiori deve essere aperto a tutti, in piena uguaglianza, in base ai meriti;

2) L'educazione deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve favorire la comprensione, la tolleranza e l'amicizia tra tutte le Nazioni e tutti i gruppi razziali o religiosi, come pure lo sviluppo delle attività delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace;

3) I genitori hanno in primo luogo il diritto di scegliere il genere di educazione da impartire ai loro figli.

Articolo 27
1) Ogni persona ha il diritto di partecipare liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai benefici che ne risultano;

2) Ognuno ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria o artistica di cui è autore.

Articolo 28
Ogni persona ha diritto a che, sul piano sociale e su quello internazionale, regni un ordine tale che i diritti e le libertà enunciate nella presente Dichiarazione possano trovarvi pieno sviluppo.

Articolo 29
1) L'individuo ha dei doveri nei confronti della comunità, nella quale è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità;

2) Nell'esercizio dei suoi diritti e nel godimento delle sue libertà ognuno è soggetto unicamente alle limitazioni stabilite dalla legge, esclusivamente allo scopo di assicurare il riconoscimento ed il rispetto dei diritti e delle libertà altrui e di soddisfare alle giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica;

3) Tali diritti e libertà non potranno in alcun caso esercitarsi in opposizione agli scopi e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30
Nessuna disposizione della presente Dichiarazione può essere interpretata come implicante, per uno Stato, un gruppo o un individuo, un qualsiasi diritto di dedicarsi ad una attività o di compiere un'azione mirante alla distruzione dei diritti e delle libertà qui enunciate.

Certo, per il governo di Raul non sarà facile chiarire tutti i punti nei quali i Diritti Umani sull'isola sono platealmente calpestati!

26 gennaio 2009

La politica di Cuba: Cuba accetta di essere esaminata dal Consiglio dei Diritti Umani

da El Nuevo Herald
Cuba ha accettato di essere esaminata dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. L'arrivo di Barack Obama e l'apertura al dialogo creano aspettative nel governo dell'isola sulla politica che verrà.

Cuba "non accetterà nessun giudizio che si sostiene su documenti elaborati da meccanismi anti-cubani, stabiliti in virtù di risoluzioni imposte dagli USA alla vecchia Commissione dei Diritti Umani e Riconcilazione Nazionale. "afferma Maria del Carmen Herrera, vice direttore di Affari Multilaterali della cancelleria locale.

Invece, la dissidenza non ha speranze che il testo cubano sia obiettato.
"Sarà approvato senza obiezioni perchè il Consiglio è sotto il controllo di un gruppo di governi violatori dei Diritti Umani" ha detto invece Elizardo Sanchez, attivsta a capo della Commissione Cubana di Diritti Umani e Riconciliazione Nazionale.
Sanchez sostiene che la situazione dei Diritti Umani a Cuba e "sfavorevole", con "210 prigionieri politici".
"Il miglioramento di questa situazione non dipende da un organismo come il Consiglio, ma da una minima volontà politica".

Riflessioni su Cuba: arrivano i "barbudos"

da Erase una vez un cubano
Dopo aver sconfitto le forze del regime di Batista, Fidel entra all'Havana, l'8 Gennaio.
Una delle prime riforme del governo rivoluzionario fu la legge di riforma agraria. Dopo venne la nazionalizzazione, la legge di riforma urbana. Avevamo alle spalle mezzo secolo di governi (tra i quali non mancavano alcune dittature) e finalmente si completava la rivoluzione, che alcune volte era rimasta incompiuta.

Questo è uno dei pochi ricordi di questa tappa della mia vita che conservo, oltre alle "fiestas de nochebuena", il natale e i regali del 6 gennaio giorno dei re magi, che uno aspettava tutto l'anno.

Mi ricordo anche che un giorno cadeva un temporale, io insieme ad altri 3 o più bambini, mi sono tolto i vestiti e giocavamo sotto la piogga nel nostro quartiere, quando mia zia Alicia, sorella di mia mamma, non sapendo come farci smettere di giocare sotto la poggia ci minacciava gridando:
"Entrate a casa e non bagnatevi più, perchè stanno arrivando i "barbudos" della Sierra."

Era l'inizio del 1959 e io iniziavo a guardare la tv e per la strada molti "barbudos" e "peludos", gente sporca e vestita di verde oliva. Gente che non si era mai vista nel mio quartiere di Santos Suarez dove vivevo.
A questa età io pensavo soltanto a "Zorro", "Robin Hood" o "Tarzan" o qualsiasi altro super eroe della mia fanciullezza.

Era la prima volta che sentivo parlare di "barbudos".
Non avevo idea che i "barbudos" mi avrebbero rovinato la vita come a molti altri.
Comunque sia, i "barbudos" iniziarono ad essere antipatici e venivamo paragonati a "el coco".

A 7 anni ero fanatico delle avventure, mi incantava leggere, cose ereditate da mio padre.
Ero maniaco dei libri di Emilio Salgrari, Giulio Verne, Paul Feval, Raffaello Sabatini e Alessandro Dumas.
Per me non esisteva un alro mondo che non fosse l'avventura, e fedele al mio modo di pensare, credevo che tutto quello che stava accadendo intorno a me fosse... una avventura.

Riflessioni su Cuba: Che Guevara tradito da Castro su ordine dell’Unione Sovietica

da Il Corriere della Sera
Ecco la testimonianza di uno dei tre sopravvissuti al commando che catturò il "Che" in Bolivia. È l’ultimo che ha visto il Che nella giungla della Bolivia. È l’ultimo testimone di un’esecuzione ancora oggi oscura. Dariel Alarcón Ramírez, detto «Benigno», ex guerrigliero della rivoluzione cubana, vive dal 1996 a Parigi, inseguito da una condanna a morte e dall’accusa di aver tradito il regime per il quale ha combattuto con onore. Che Guevara fu il capo seguito fino alla fine, un fratello che gli insegnò «a leggere e scrivere» e a «rispettare i nemici e i prigionieri». Ha ancora gli occhi umidi, Benigno, quando racconta la «trappola mortale» in cui cadde il mito rivoluzionario di intere generazioni.

E sfoga rabbia e delusione per una «macchinazione di cui furono responsabili Fidel Castro e l’Unione Sovietica». «Volevamo esportare la rivoluzione. Fummo abbandonati nella giungla. Il Che andò incontro alla morte, sapendo di essere stato tradito. Il 9 ottobre 1967, eravamo a pochi metri dalla scuola dove l’esercito boliviano lo teneva prigioniero. Il nostro commando si era disperso. Altrimenti avremmo tentato di liberarlo a costo di morire».

Nel 1956, Benigno era un «campesigno » di 17 anni, quando i soldati del dittatore Batista incendiarono la fazenda sulle montagne della Sierra Maestra, e uccisero sua moglie Noemi, quindicenne, incinta di otto mesi. Entrò nel gruppo di Cienfuegos, uno dei capi rivoluzionari. «Mi arruolai nella rivoluzione per vendicare i miei cari. Ero il più bravo con la mitragliatrice. Ho ucciso molti soldati. Non sapevo che cosa fosse il socialismo. Il Che mi insegnò tutto. Non era facile conquistare la sua fiducia. Ma era un uomo buono e onesto. Era l’unico, fra i leader, a pagare di tasca propria l’auto di servizio», racconta al Corriere.

Oggi Benigno ha quasi settant’anni. Dopo la rivoluzione, divenne capo della polizia e responsabile della sicurezza, poi dirigente dei campi di addestramento dei guerriglieri da inviare nel mondo a sostegno dei movimenti rivoluzionari. È in quegli anni che intuisce che il socialismo cubano non corrispondente agli ideali. «Cienfuegos e Guevara facevano ombra a Fidel. C’erano contrasti nel gruppo dirigente. Poi Cienfuegos morì, in un misterioso incidente. Ero con Guevara in Congo, quando Fidel rese pubblica una lettera in cui Guevara dichiarava di rinunciare ad ogni incarico e alla nazionalità cubana. Il Che prese a calci la radio e urlò: ecco dove porta il culto della personalità! Il comandante aveva scritto la lettera dopo il discorso di Algeri in cui aveva messo in guardia i Paesi africani dall’imperialismo sovietico.

Credo che quel discorso fu la sua condanna a morte. Quando tornammo all’Avana, Fidel gli propose di andare a combattere in Sud America». «Il líder máximo —ricorda Benigno—partecipò ai preparativi. Veniva al campo d’addestramento, ci garantiva l’appoggio del partito comunista boliviano, la copertura degli agenti segreti, la formazione di nuove colonne. Avremmo dovuto sbarcare nel nord del paese, in territorio favorevole alla guerriglia. Imparammo anche il dialetto locale. Quando Fidel era presente, il Che se ne stava in disparte. Capimmo poi il perché».

Nell’ottobre 1967 scatta l’operazione (nella foto i documenti falsi del Che per entrare in bolivia). Il commando di rivoluzionari cubani penetrò in una foresta infestata da insetti e agenti segreti, isolata, dove si parlava un altro dialetto. «Scoprimmo che il partito comunista boliviano non ci sosteneva, probabilmente su istruzioni di Mosca. Il Che non era più lui. Sembrava disperato e depresso. Ci lasciò liberi di continuare o rinunciare. Rimanemmo, ma alla fine eravamo ridotti a diciassette, circondati da tremila soldati. Ci dividemmo in tre gruppi e una mattina cominciò la battaglia finale. Il Che fu fatto prigioniero. Lo ammazzarono il giorno dopo». Tre guerriglieri riuscirono a raggiungere il confine. Benigno, Urbano e Pombo si salvarono con l’aiuto di Salvador Allende, allora presidente del Senato. Nel viaggio di ritorno, passarono da Tahiti e dalla Grecia, fino a Parigi. Furono ricevuti all’Eliseo da De Gaulle e infine accolti a Cuba da Fidel come eroi. In patria, l’ultimo compagno del Che continuò a far carriera.

Urbano fu poi arrestato e internato. Pombo divenne generale. «Io cominciai a vivere una doppia vita». Chiediamo: per quali ragioni Castro e i sovietici avrebbero avuto interesse alla scomparsa del Che dalla scena politica? «I sovietici consideravano Guevara una personalità pericolosa per le loro strategie imperialistiche. Fidel si piegò alla ragion di Stato, visto che la sopravvivenza di Cuba dipendeva dall’aiuto di Mosca. Ed eliminò un compagno di lotta ingombrante. Il Che era il leader più amato dal popolo.

La nostra rivoluzione è durata pochi anni, oggi è una dittatura come quella di Batista. I cubani hanno conquistato la cultura, non la libertà, e sono ancora poveri. E la causa non è soltanto l’embargo americano. È Fidel ad aver tradito la rivoluzione. Difficile prevedere il futuro, ma non vorrei che il potere finisse agli esuli di Miami che sono corrotti». Benigno decide di fuggire. Approfitta di un permesso dell’unione degli scrittori cubani. Si fa raggiungere dalla moglie a Parigi. «Se fossi fuggito in America, dove vive un mio figlio, avrei tradito il Che. Mi considero ancora un rivoluzionario. Il rivoluzionario è chi riesce a indignarsi per le ingiustizie». La sua vita diventerà un film, diverso da quello sul Che di Steven Soderbergh prossimamente sugli schermi italiani. «Il film è bello, ma non trasmette lo spirito del comandante e soprattutto non risponde alle domande: perché fallì in Congo e in Bolivia? Chi lo ha tradito e perché?».

24 gennaio 2009

Riflessioni su Cuba:la connessione cubana di Michele Obama

da Bilingual in the Boonies
La stilista cubana Isabel Toledo residente a New York, ha disegnato il bellissimo vestito oro che Michele Obama ha indossato il 20 Gennaio scorso (nella foto) durante la cerimonia di insediazione del nuovo Presidente Barack Obama.
Anche al concerto "we are the one" indossava un vestito di un'altro stilista di radici cubane Narcisco Rodriguez.



da Newsday:

La scelta di Michele di indossare un luccicante cappotto e vestito giallo-oro contiene almeno due significati: primo, il colore. Sin dall'era di Elisabetta il giallo simboleggiava rinnovo e speranza, una piattaforma con la quale Obama ha basato la sua campagna.
Inoltre il Presidente Barack Obama ha parlato più volte della sua volontà di miglorare le relazioni con Cuba, così qualcuno si soprende della scelta di Toledo e Rodriguez, ha un significato profondo.

Che sia un messaggio della nuova amministrazione per un "Si Se Puede" riferito ad un cambiamento a Cuba?

Vivere a Cuba: buttare il divano dalla finestra o buttare la finestra?

da Octavo Cerco foto Claudio Fuentes Madan
Al margine di quello che può significare entrare in un aula senza nessuna conoscenza pedagogica necessaria per saperla gestire, il fatto di avere, come colmo, lacune accademiche, già lo rende patetico. Se invece le si somma un televisore acceso che sostituisce il lavoro del professore, mi mancano gli aggettivi, entriamo nel regno dell'assurdo.

I maestri emergenti e i lavoratori socicali che conosco sono disperati: con 7 anni di servizio sociale obbligatorio, andando ovunque ti mandino, senza le condizioni per lavorare, confrontandosi con adolescenti marginali che non si possono gestire, a loro volta adolescenti e con un programma assurdo: la Rivoluzione ha deciso di dare loro la responsabilità di insegnare quello he sanno.

La conseguenza? Le esigenze dell'apprendimento e il livello accademico degli alunni stanno a terra, i professori depressi, studenti con gravi problemi di condotta e professori con gravi problemi di autocontrollo e un televisore che cerca di insegnare quello che il maestro non sa.
C'è anche chi si prepara e cerca di insegnare quel poco che può , però no: non può spegnere il televisore, perchè non è il "capo" dell'aula, il capo è quello che parla impassibile da dietro lo schermo e che decide le leggi e che dice quando si può passare all'argomento successivo.

In alcuni casi la minaccia con un coltello o con una sedia per romperla in testa ai discepoli fanno parte del processo di apprendimento.
C'è chi insegna ad una scuola superiore intera e anche se colpisce con un pugno un alunno, cosa si può fare se non c'è nessun altro con cui dividere l'enorme mole di lavoro.

Gli alunni che estraggono un coltello a scuola vengono trasferiti in un'altra scuola, i maestri che colpiscono gli alunni a pugni o con le sedie vengono a loro volta trasferiti in un'altra scuola.

Come dice un detto popolare: un uomo torna a casa e trova sua moglie con un'altro stesa sul divano facendo sesso, disperato l'uomo butta il divano dalla finestra.
Buttiamo tutti i divani dalla finestra, poi buttiamo tutto quello che abbiamo in casa, infine buttiamoci anche noi dalla finestra e vediamo che succede!
In ogni caso il Governo ci protegge: quello che più ha fatto questa rivoluzione è stato buttare i divani, invece di chi vi era seduto.

La politica di Cuba: revocato l'accordo con il Canada per la produzione di petrolio

da Reuters
La compagnia canadese produttrice di petrolio a Cuba, Pebercan Inc (PBC.TO), afferma che venerdì scorso la Cupet (Cubapetroleo), compagnia nazionale di produzione di petrolio cubana, ha revocato l'accordo di produzione-condivisione di combustibile a Cuba.

La compagnia canadese riceverà $140.000.000 da Cuba. La società non ha precisato il motivo della revoca del contratto che durava da 16 anni e sarebbe scaduto nel 2018.
La Pebercan ha diritti sulle concessioni a Canasi, Seboruco e Santa Cruz, locate tra l'Havana e Matanzas a nord-est di Cuba. I campi producono 18.245 barili al giorno, totalmente venduti al Governo cubano.

La compagnia canadese è disposta a trasferire tutti i suoi insediamenti alla Cupet, una volta ricevuto il pagamento forfettario, che si aspetta avvenga entro la metà di Febbario.
Cupet non ha rilasciato alcun commento.

Vivere a Cuba: il mistero di Camilo Cienfuegos

Camilo Cienfuegos è stato uno degli eroi della rivoluzione. Insieme a Fidel e Che Guevara, fu un protagonista del suo trionfo. Il popolo lo amava molto, tutti credevano che proprio lui sarebbe stato il futuro Presidente di Cuba.

Scomparse misteriosamente il 20 Ottobre del 1959, "ufficialmente" a causa di un incidente occorso all'aereo da turismo su cui viaggiava: i rottami del velivolo ed il corpo di Camilo Cienfuegos non furono ritrovati e ciò ha fatto nascere una grande quantità di ipotesi alternative sulla sua scomparsa.
Secondo alcuni, egli fu eliminato dalla CIA, secondo altri fu Fidel Castro stesso ad aver ordinato l'eliminazione del suo collaboratore, secondo un'altra versione Cienfuegos sarebbe fuggito all'estero.

Da un blog che ho trovato recentemente Erase una vez cubano di Waldo Fernandez, ecco il suo racconto :

Ricordo una delle prime discussioni sulla scomparsa di Camillo Cienfuegos, uno degli eroi della rivoluzione del quale si persero notizie misteriosamente nell'Ottobre del 1959.
Mio papà diceva che l'avevano ucciso, mia mamma diceva il contrario.

Anni dopo, in prigione, conobbi un tipo chiamato Arturo Bissal, che fu aiutante di Raul Castro all'inizio della rivoluzione, mi raccontò che Camilo fu assassinato accidentalmente da Raul nel suo ufficio, quando gli partì un colpo di pistola senza volere.

Un giorno Arturo scomparve e non abbiamo più saputo nulla di lui.

Io e miei fratelli eravamo abituati a queste discussioni, ne eravamo attratti e cercavamo di saspere cosa stava succedendo, però nessuno ci diceva niente e abbiamo continuato nell'ignoranza del fatto che il paese era in "candela" totale a causa della rivoluzione.
Era l'inizio della divisione delle famiglie.
Per la prima volta ho sentito mio padre parlare di robo-luciòn.

Repressione a Cuba: chi non ha un lavoro "regolare" rischia il carcere

da Cubanite
Dopo qualche anno dal "trionfo della rivoluzione", entrò in vigore a Cuba una legge, la "ley del vago", secondo la quale tutti i cittadini cubani adulti dai 18 ai 60 anni, se non impegnati nello studio o in un lavore regolare, meglio se per lo Stato, potevano essere messi in prigione.
Qui un discorso di Fidel Castro pronunciato il 30 Giugno 1963.

Negli ultimi decenni la legge era in disuso, ma la "bola" della strada dice che prossimamente verrà applicata con severità. Gli uomini adulti dai 18 ai 60 anni senza lavoro possono essere puniti con il carcere o con il lavoro forzato "volontario".

Un giro di vite contro "l'arte di arrangiarsi", le "libere" picccole imprese, quelle attività "illegali" che hanno fatto l'economia dell'isola e che continuano ad essere l'unica possibilità di sporavvivenza per i cittadini.
Senza considerare che sono proprio queste attività "parallele" a sostenere un'economia che, altrimenti, non permetterebbe al cittadino medio di comperarsi nemmeno un paio di scarpe! Rob.

23 gennaio 2009

La politica di Cuba: la foto di Kirchner con Fidel

da Gaspar El Lugareno
Il Presidente dell'Argentina, Cristina Fernandezdez Kirchner, aveva dichiarato alla vigilia del suo recente viaggio a Cuba, che la spilla d'oro da appuntare al suo viaggio sarebbe stata una foto con Castro I (Fidel), desiderio che è riuscita a realizzare.

La foto non era stata ancosra pubblicata, vari media hanno riferito questo dettaglio, tra cui questo blog. Finalmente oggi viene mostrata la tanto sospirata foto.
Probabilmente hanno ritardato la pubblicazione di questa foto, per evitare di "interferire" con la copertura della cerimonia di presa dei poteri di Obama.

La politica di Cuba: Fidel chiede al governo di non farsi influenzare dalle sue "riflessioni"

(ANSA) - L'Havana, 23 Gen.
Fidel Castro ha chiesto al governo di continuare il lavoro nonostante la sua "grave malattia o morte".
"Ho diminuito il numero di Riflessioni, come mi ero proposto per quest'anno" ha scritto Castro "per non interferire o infastidire i compagni del Partito e dello Stato nelle decisioni che devono prendere.
Io sto bene" ha concluso "ma insisto , nessuno di loro deve sentirsi coinvolto da mie eventuali Riflessioni, dalla mia grave malattia o dalla mia morte".

Di seguito l'ultima parte della sua Riflessione del 22 Gennaio su Obama, in versione integrale: Italiano, Spagnolo.

"Ho ridotto le riflessioni come mi ero proposto di fare per quest’anno, per non interferire e non disturbare i compagni del Partito e dello Stato nelle decisioni costanti che devono prendere di fronte a difficoltà oggettive derivate dalla crisi economica mondiale.

Io sto bene, ma insisto: nessuno di loro si deve sentire compromesso per le mie eventuali riflessioni, la mia gravità o la mia morte.

Rivedo i discorsi e i materiali che ho elaborato in più di cinquantenni.

Ho avuto il raro privilegio di osservare i fatti durante tanto tempo Ricevo informazioni e medito accuratamente sugli avvenimenti.

Spero di non godere di questo privilegio tra quattro anni, quando il primo periodo presidenziale di Obama si concluderà."

La politica di Cuba: il Venezuela preme per l'estradizione di Posada

da El Nuevo Herald.com
Il presidente venezuelano Ugo Chavez, preme la nuova amministrazione statunitense affinchè estradino in Venezuela il terrorista cubano Luis Posada Carrilles (sopra in una foto del 2007, sotto all'epoca dell'attentato), autore dell'attentato ad un aereo cubano nel 1976 che costò la vita a 73 persone.

L'autore dell'attentato, Posada, riuscì ad entrare illegalmente negli USA, oggi il governo venezuelano vuole risvegliare l'interesse degli USA per il caso. Da quando fu presentata la richiesta d'estradizione nel 2005 , l'amministrazione Bush l' ha sempre ostacolata.

La cancelleria del Venezuela sta preparando un nuovo documento che sottoporrà al Dipartimento di Stato degli UStati Uniti tramite il suo rappresentane in US Josè Pertierra.
I rapporti degli USA di Bush co il Venezuela di Chavez erano notoriamente difficili, oggi con la nuova amministrazione di Obama la situazione è cambiata. "Crediamo che il governo di Bush avesse dei debiti politici con l'estrema destra cubana di Miami, quindi tentennava nell'estradare Posada. Il governo di Obama non ha nessun debito con elementi dell'estrema destra di Miami" afferma Pertierra.

L'avvvocato di Posada, Art Hernandez, è disposto a sostenere qualsiasi giudizio, visto che esiste una proibizione federale per l'estradizione di Posada.
Un giudice dell'immigazione statunitense ordinò nel 2005 la deportazione di Posada, però allo stesso tempo proibì di portarlo a Cuba o in Venenzuela.
Questo stesso ordine probirà un'estradizione a Caracas.

La proibizione si basa sulla possibilità che Posada possa essere torurato in Venezuela o a Cuba.
Posada nacque a Cuba, ma divenne cittadino venezuelano quando lavorò a Caracas come ufficiale dei servizi segreti del governo.

22 gennaio 2009

Riflessioni di Rob: el comandante en Jefe

In questi giorni sto lavorando ad un progetto per la realizzazione di un documentario, "el comandante en Jefe", basato su una intervista esclusiva (mai vista di TV) realizzata nel 2002 a Fidel Castro, all'indomani dell'attentato alle torri gemelle di New York del 11/09/01.

L’intervista affronta vari argomenti e approfondite riflessioni di Fidel: il terrorismo moderno; gli attentati alla sua persona e la tentata invasione della Baia dei Porci, la “guerra fredda” tra Cuba e Stati Uniti; la base Usa di Guantanamo; le guerre nell’est Europa e in Medio Oriente, Iraq e Afghanistan; la crisi dell’economia occidentale, le multinazionali, le speculazioni azionarie; la rivoluzione e il capitalismo.

Il primo pensiero quando mi hanno proposto questo progetto, è stato: DA CHE PUNTO DI VISTA LO AFFRONTO?

Un'istinto forte mi suggerisce di essere decisamente critico, utilizzare ciò che Fidell afferma, per mostrare le contraddizioni (a volte troppo evidenti) con il suo pensiero e la realtà dell'isola. Vorrebbe dire prendere una posizione precisa, CONTRO, ma più rifletto sul tema cubano (alcuni sanno quanto ne sono legato) e più credo che le posizioni dure, intransigenti, non servono a molto, a parte creare a volte un'echo importante, ma relativo.

Sono sempre più orientato verso una visione più oggettiva. Non voglio dire cosa ne penso io , ma voglio stimolare con domande, voglio illustrare una storia, quella della rivoluzione, partita con ideali assolutamente equi e libertari, ma trasformatasi negli anni in un regime come tanti altri, dove la popolazione soffre sempre le scelte del leader del momento.

Nel caso di Cuba, unico al mondo, il leader è Fidel Castro e oggi suo fratello Raul, che da 50 anni guidano un regime totalitarista che reprime, a volte molto crudelmente, ogni forma di dissidenza.

Quindi il mio punto di vista sarà raccontare degli eventi, vedere e ascoltare le riflessioni di Fidel, ovviamente, ma mostrare anche quelle contraddizioni che platealmente oggi si riflettono sulla realtà cubana.

Saranno intervistati cittadini comuni, nuovi personaggi della politica cubana, e (se fosse possibile) voci della dissidenza sia tradizionale, i dissidenti politici, che quella del giornalismo indipendente, della blogosfera cubana.

La lavorazione è iniziata, tra poco inizieremo la produzione. Sarà un lavoro, se andrà in porto, molto interessante, profondo, che occuperà molto del mio tempo, e che potrebbe darmi la possibilità di iniziare quello che oggi sento mio più che mai, realizzare documentari, dedicare la mia vita a raccontare, e cercare di stimolare cambiamenti, là dove la vita è ancora TROPPO INGIUSTA.

21 gennaio 2009

Vivere a Cuba, Yoani: intervista a Y. di Ivis Acosta Ferrer

da Tellus folio traduzione e riduzione di Leonardo Mesa e Gordiano Lupi

16 Gennaio 2009. Intervista
di Ivis Acosta Ferrer

Questa è Yoani, la donna che con la sua attività di blogger smuove dalle fondamenta il regime cubano e tiene testa al personale della Sicurezza di Stato. Durante una mia recente visita a Cuba ho avuto l’opportunità di conoscerla personalmente e di parlare con lei sui blog, e anche sulla sua vita, un po’ più complicata di qualsiasi altro cubano, grazie alla sua condizione di non conforme. Yoani non può comprare nessun articolo, neppure il più insignificante, sul mercato nero (vero salvavita delle famiglie cubane per l’alimentazione) e non può avere rapporti normali con gli amici, perché sa di possedere quella che lei stessa chiama “radioattività”. Inoltre non può viaggiare all’estero perché il permesso di uscita le è stato negato più di una volta; perciò, deve rassegnarsi al suolo patrio finché i suoi “tutori”, come lei li chiama, non l’avranno liberata dal castigo.

Davanti a questa pressione, Yoani continua a denunciare con ostinazione ciò che succede intorno a lei, criticando un regime che non è famoso per la tolleranza con cui accetta le critiche. Il suo strumento di lotta si chiama blog, una cosa ignota alla maggioranza di suoi conterranei che non hanno libero accesso a Internet, certo più per colpa del blocco interno che per quello imposto dagli Stati Uniti, l’eterno colpevole di tutte le disgrazie.

Ho incontrato Yoani mentre uscivo di un albergo dove sono andata per collegarmi. Visto che a Cuba esistono pochi posti dove uno possa accedere a Internet l’incontro non è stato così casuale. Ci siamo accordati per vederci un altro giorno e così abbiamo fatto. In questa seconda intervista ho potuto verificare che svolge il suo lavoro di blogger con la velocità di un’esperta, facendo piroette per scongiurare gli attacchi informatici sotto forma di virus che entrano nel suo portatile. Ho conosciuto la fatica che comporta postare i testi, che deve inviare per e-mail a una persona che amministra il sito, visto che, come sappiamo, il blog è bloccato su tutto il territorio nazionale.

Yoani mi ha assicurato che riceve per e-mail e legge tutti i commenti che lasciano i lettori, ma non ce la fa a rispondere, sia per la grande quantità dei messaggi che per il costo del collegamento a Internet. Nonostante tutto, secondo quanto mi ha detto, cercherà di dare risposta nei suoi post. Fra questi commenti ci sono molti attacchi lanciati dai nemici dentro e fuori Cuba, accuse che lei non perde tempo a contrastare perché trova senza senso alimentare polemiche sterili. Secondo lei ognuno può pensare ciò che vuole, che sia un’agente della CIA, una stipendiata dal gruppo Prisa, un’agente della Sicurezza di Stato o una prestanome che firma testi scritti dal marito, giornalista professionista. Tutto questo è inevitabile, anche se a volte questi attacchi l’addolorano e la mettono di cattivo umore, soprattutto quando non provengono di nemici naturali, ma da blogger come lei. Essi, e non altri, sono quelli che più la fanno star male, ma ormai è abituata, poco a poco la sua pelle si è irrobustita, così come è più disinvolta davanti alle telecamere e accetta con naturalezza uno status differenziato. Adesso scherza persino sul fatto che viene seguita ovunque da uomini della Sicurezza di Stato.

«Se è vero che mi seguono, li devo far camminare per tutta L’Avana, così fanno esercizi», dice scherzando mentre sorbiamo un caffè nella pasticceria francese accanto al cinema “Trianón”.

«C’è chi dice che il mio stile somiglia a quello di mio marito. Come potrebbe non essere così, visto che sono già quindici anni che siamo sposati?», continua a scherzare.

Yoani è una persona amorevole, seria ma al tempo stesso naturale, forte ma dai modi dolci, come una buona cubana.

Chiedo se le persone la riconoscono quando passa per strada, lei mi risponde che la salutano sempre di più, la interpellano, e per questo - scherza - ha comprato un paio di occhiali scuri, molto grandi, per passare inosservata, pure se non sempre le riesce.

Domando se le piacerebbe dedicarsi alla politica. Lei si fa il segno della croce e dice con sicurezza: «Nemmeno per idea! Non ho il carattere giusto per la politica e non per niente ho studiato filologia».

«E allora, cosa ti piacerebbe fare in futuro?», chiedo.

Mi risponde che non le dispiacerebbe dirigere un giornale che praticasse un giornalismo indipendente e veritiero, all’interno di Cuba. Se ci fosse la possibilità vorrebbe creare un’accademia di giornalismo che offra borse di studio agli alunni che non possono pagarsi gli studi. A mio parere, con lo stesso entusiasmo che dedica ai blog, ci riuscirà.

Una delle cose che ha provocato più sospetti tra i suoi detrattori – coloro che le hanno messo il cartellino di membro della Sicurezza di Stato – è il fatto che abbia vissuto in Svizzera per due anni e dopo sia tornata a vivere sull’isola. Lei risponde decisa: «Sono tornata perché era difficile far espatriare la mia famiglia e soprattutto mio marito Reynaldo, un uomo molto radicato nella sua terra, molto cubano».

Come molti sanno, Yoani ha distrutto il suo passaporto dopo il viaggio di ritorno ed è rimasta a vivere di nuovo a Cuba, un atto abbastanza insolito per qualsiasi cubano, ma non per questa ragazza che conosce e gode della sua cultura come pochi.

«Conosco meglio la cultura cubana di molti dirigenti di questo paese» mi spiega. «La conosco perché l’ho studiata e perché amo la mia cultura, mi piace essere cubana, uscire in strada e ascoltare i commenti della gente, persone che ti salutano, che ti inquietano, una cosa che non esiste più in nessun luogo al mondo».

Nel periodo che ha vissuto in Svizzera si è impiegata in una libreria latinoamericana e ha familiarizzato con Internet. Ha conosciuto l’esistenza dei blog e quando è tornata a Cuba aveva già maturato l’idea di utilizzare il prezioso strumento.

Yoani parla con sicurezza. Ha occhi intelligenti che osservano tutto e prendono nota dei dettagli. Non per niente è scrittrice. La mattina prosegue placidamente in una conversazione che si fa leggera, fraterna. Il tempo scorre rapidamente. Mi chiede notizie sull’evento dei blogger, le rispondo che siamo un po’ fermi, ma di sicuro riprenderemo, che lo abbiamo trascurato perché avevamo tempo, ma adesso ci daremo da fare. Yoani conferma l’importanza del progetto. «Anche noi dobbiamo fare il nostro convegno, pure virtualmente, anche se la polizia ha convocato me e Reynaldo per proibirci di svolgere qualsiasi riunione», dice.

Come sono coraggiosi!, penso. Sfidano la polizia. Non è uno scherzo e ogni volta è sempre più difficile. Hanno approfittato dell’occasione per lanciare un nuovo dominio: “Un’isola virtuale”, che è il nome del concorso rivolto a tutti blogger cubani residenti all’estero. Visto che non possono riunirsi di persona, lo fanno virtualmente con l’Itinerario Blogger.

Approfitto per consegnare a Yoani alcuni manuali su Internet, ma credo che siano troppo elementari per il livello dei blogger cubani, almeno per coloro che fanno capo a Generación Y.

Yoani mi spiega che hanno una bibliografia sterminata sul tema blog e che è divenuta di dominio pubblico. Adesso lei sta lavorando alla traduzione in spagnolo del Manuale per blogger e ciberdissidenti, pubblicata da Reporter senza frontiere, scaricabile su Internet in formato pdf, ma soltanto in inglese e in francese. Resto sorpresa davanti alla dimestichezza che Yoani manifesta nei confronti di certi strumenti e informazioni, ma sono a Cuba, paese dove tutto è possibile, nonostante il sottosviluppo. La maggior parte dei blogger cubani che vive all’estero non ha grande preparazione teorica, ma le ore trascorse su Internet colmano le lacune. I blogger che vivono sull’isola spendono più tempo per apprendere la teoria, in attesa del giorno felice in cui avremo Internet libero a Cuba, a un prezzo ragionevole.

Sono già trascorse due ore quando mi ricordo di avere un altro appuntamento. Il tempo è volato e sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla semplicità e dal carisma di Yoani. Ci salutiamo, ma mentre me ne vado ho la strana sensazione di essere sorvegliata.

Che sciocchezza. Mica parlavamo di mettere bombe…, penso.

Sorrido dei miei dubbi, ma in fondo in fondo resto con la paranoia che qualcuno si sia messo sui miei passi.